In una società in cui le buone maniere risultano sempre più vilipese e dimenticate, ogni iniziativa che tenti di recuperate un minimo di decoro e di educazione, sarebbe da accogliere con un applauso di incoraggiamento. In teoria. Perché in pratica, il libro sulle buone maniere che Debora Serracchiani, governatrice del Friuli Venezia Giulia, ha fatto mandare a tutti i primi cittadini della Regione, rischia di ottenere un poderoso effetto boomerang.

Intitolato “Signor/a sindaco, Come fare quando?”, è un galateo istituzionale infarcito di suggerimenti sconcertanti. Che vanno dall’igiene personale (in parole semplici, il sindaco non ha “da puzzà”) al bon ton a tavola (la minestra non si tira su con effetti sonori indesiderati;  guai a parlare in piena masticazione e a bere senza essersi puliti prima la bocca), al look maschile e femminile (per la donna “abiti dai colori tenui, calze e scarpe chiuse anche d’estate”, in pratica, lo stile dell’ultranovantenne regina Elisabetta; per l’uomo anatema contro il pedalino corto e il completo nero).

Andando avanti, in pieno tafazzismo oltranzista, con altre chicche come queste: i capelli devono essere puliti e lavati di frequente (l’olio serve per condire l’insalata, non le chiome); le mani devono essere curate, senza le unghie sporche o smangiucchiate, sintomo di sciatteria e insicurezza. In che modo gli eccellenti destinatari possano digerire simili consigli per buzzurri patentati spacciati per perle di saggezza, resta un mistero della fede (anche quella nell’ultimo Pd, che richiede una devozione incondizionata).

D’accordo che l’arte di farsi del male eccelle nel pubblico e nel privato, ma rimane nebulosa, se non incomprensibile, la motivazione che ha spinto la Serracchiani a commissionare un volumetto di settantacinque pagine (scritto da Giovanni Battista Borgiani, collaboratore dell’Ufficio del Cerimoniale della Repubblica) costato alla Regione, in tempi di recessione spinta, ben seimila euro. Perché se è vero che “sottostimare la forma è spesso sinonimo di involontarie gaffes o di incomprensioni a livello di istituzioni”, come ha scritto la governatrice del Friuli nella lettera, è ancor più vero che mai come oggi i cittadini chiedono soluzioni concrete ai loro problemi concreti.

E che se in certi casi la forma è la sostanza, la sostanza di questo vademecum si chiama fuffa.

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