Time’s Up è l’iniziativa lanciata da oltre trecento donne che lavorano nel mondo dello spettacolo, cinema, teatro, televisione, ed è ispirata alle tante violazioni subite dalle donne che hanno raccontato la propria esperienza a partire da quelle che hanno parlato di Weinstein. Il tempo è scaduto ed è ora di affrontare il tema delle molestie sul lavoro in maniera chiara e precisa, questo è quello che in sintesi dice il documento di apertura del sito web che spiega il senso dell’iniziativa.

L’annuncio è stato fatto nel corso della premiazione del Golden Globe. Tante attrici, donne di spettacolo, di ogni colore e orientamento sessuale, di generi e identità diverse, hanno rappresentato il tempo di dire basta indossando, tutte, abiti neri. Credo che il colore degli abiti arrivi direttamente dall’attivismo femminista delle Non Una Di Meno latinoamericane. Così infatti vestirono quando denunciarono la violenza subita dalle donne che ancora, in alcuni paesi, vengono criminalizzate se scelgono di abortire. Donne che subiscono violenza sessuale, donne vittime di violenza domestica, persone che non vengono prese abbastanza sul serio e che ancora sono costrette a scendere in piazza numerosissime per chiedere rispetto, prevenzione, possibilità di fare ascoltare la propria voce.

Il nero dalle nostre parti è il segno del lutto e personalmente, per quanto ami indossare abiti di quel colore, non so se ben concilia con il Time’s up condito di forza, la capacità di rialzarsi in piedi e urlare il proprio dolore. Tuttavia trovo che il nero esprima meglio i motivi delle lotte contro la violenza di genere. Meglio del rosso sangue. Meglio del bianco purezza.

Le donne di Time’s Up spiegano che serve sostegno legale ed economico, perché le molestie e le violenze sessuali nel mondo del lavoro avvengono per sproporzione, per asimmetria tra il potere economico degli uomini e quello delle donne. Questa differenza va analizzata ed è lì che va contestualizzata la violenza. Quello che mi piacerebbe adesso è che donne che lavorano in determinati settori si unissero anche qui, in Italia, per concorrere alla lotta contro le molestie sul lavoro. Quanto invece siamo culturalmente indietro su questo e su molte altre cose. Quando si parla di diritti la strada da fare è ancora tanta. Hai mai visto un comitato di donne che lavorano in politica, per esempio, combattere contro le molestie praticate da deputati, politici, potenti, su segretarie e collaboratrici? No. Io non ho mai visto nulla del genere perché alla fine in Italia, da quel che ascolto e so, molte donne, purtroppo, pensano solo a coltivarsi il proprio orticello senza esporsi più di tanto. Gli uomini sono capi di partito, sono quelli che hanno più ascolto e potere. Le donne, salvo che non siano economicamente potenti o che non siano parenti dirette di altre figure politiche, non hanno potere. Dicono grazie per essere state scelte e in ogni caso sono ricattabili.

I sindacati? Non so. Non mi è mai venuto in mente di andare presso un sindacato a denunciare un caso di molestia perché le questioni sono separate. Roba penale, diritto del lavoro, cose che non sembrano incontrarsi quando la violenza si compie nel contesto lavorativo. Se dici no al capo e lui ti licenzia non c’è molto da fare e la precarietà lavorativa che le donne, oggi più che mai con i provvedimenti del governo Pd, subiscono non le aiuta affatto. Lui ti licenzia e non puoi appellarti a nulla.

Non si tiene conto del gender gap. Non si tiene conto affatto del contesto e della asimmetria di potere economico che esiste ed è innegabile. Dunque chiedo: quand’è che si smette di non vedere o sentire o di fare victim blaming, come è successo qui nei confronti di Asia Argento da parte di donne dello spettacolo, quando una donna alza la testa e racconta quello che le è successo? Quando si creeranno spazi affinché le donne possano, qualunque sia il loro lavoro, trovare ascolto?