In anni di guerre, di profughi in fuga dai conflitti, per chi considera la corrispondenza tra macrocosmo e microcosmo, ciò che c’è fuori di noi e dentro di noi, la riflessione sui conflitti interiori viene da sé. Un’idea, quella del conflitto, antica come l’uomo, come il tempo della guerra in alternanza a quello della pace. La metafora della guerra viene impiegata per la cura: combattere il cancro, debellare un virus, avere spirito combattivo, sconfiggere la depressione, sono solo alcune delle locuzioni che medici e pazienti utilizzano, poco scientifiche e molto “guerresche”.

La definizione di cellula maligna attinge più alla sfera religiosa che non a quella scientifica, come se il dualismo bene-male avesse permeato invisibilmente il mondo della medicina e della cura, sottoponendo al giudizio del giusto e dello sbagliato, del buono e del cattivo il destino della malattia. La radice germanica antica del verbo guarire, war, varian, ha a che fare con la guerra. Ma c’è un ma: la radice war ha a che fare anche con la consapevolezza, come la awareness, consapevolezza in inglese, mostra.

A-ware-ness fa pensare a uno stato senza guerra, come se la consapevolezza avesse il potere di sedare il conflitto. Ed è così. La storia del conflitto è lunga: Freud in Inibizione, sintomo ed angoscia, fa del conflitto la base della nevrosi inconscia. Quel che non può essere tollerato dalla coscienza, rimosso perché inaccettabile, dà forma ad un nucleo conflittuale inconscio che genera angoscia e meccanismi di difesa per tenerla a bada, reprimendo il conflitto.

Conflitto, difesa, repressione: la metafora bellica, questa volta a richiamare l’idea del manipolo di ribelli da catturare, della rivolta intestina da reprimere. L’uomo, afferma Freud, non è padrone in casa propria. L’Es, l’inconscio, la fa da padrone, attraverso i lapsus, gli atti mancati, i sogni. E il corpo è il suo teatro. Dirà Lacan, “il mio corpo parla, e ne sa molto più di me”.

Così tanti filoni psicosomatici individuano nel conflitto psichico la radice del sintomo, cercano di comprenderne il simbolismo, il messaggio, cadendo nella puerile e pericolosa illusione che, trovato il conflitto, si risolverà il sintomo.

Nel mio libro Anatomia della coscienza quantica, il corpo, il bios, è ben oltre ciò che per noi è la psiche. Facciamo coincidere la psiche con la mente, ma dal greco psuchè, la psiche è l’anima e per la mente si usano logos e nous

Il corpo ha la sua mente, la sua intelligenza e quel che noi interpretiamo in termini psicologici è meno di quanto in realtà in ogni istante accada nella coscienza biologica, che anima le cellule, presiede alla miriade di reazioni chimico-fisiche che mantengono la vita, orchestra, senza che noi ci pensiamo, la complessità misteriosa del nostro esistere. Jung, nei mondi dell’alchimia, nel pensiero orientale che è metaforico, vedrà altre vie e nel conflitto troverà la strada, la risorsa, la risposta. Restare nel conflitto, abitarlo, camminarci dentro. Questa la via, il Tao: incertezza, impermanenza, oscurità. Le uniche vie della verità su di sé.

E l’unico compito: lasciare accadere questa verità. Lasciare che il Sé si manifesti. Permettere il conflitto. Ed è paradossale sia stato il mondo militare ad avere rivoluzionato il paradigma del conflitto: come spiegato da Emilio Del Giudice, proprio nel campo dell’artiglieria. Per sparare una granata devo consumare esplosivo e per sparare più lontano si deve aumentare l’esplosivo e il calibro. Ma perché usare la forza quando potremmo diminuire la resistenza?

Convincere l’aria a opporre meno resistenza al volo del proiettile. L’idea fu questa: rendere turbolenta l’aria circostante la granata nell’immediatezza del suo volo con microcariche e con questa minima riduzione della resistenza si ottenne una rivoluzione nella resa balistica. I militari legati al mito della forza usano un criterio pacifista: convincere l’aria attorno al proiettile usando meno forza e meno energia. La biologia si basa su cooperazione pacifica e integrazione di sistemi. Ecco perché il cervello si stima richieda solo 10 watt di energia (molto meno di un qualsiasi elettrodomestico) per svolgere operazioni che neppure il calcolatore più sofisticato sa svolgere.

Se costruiamo una società e una medicina basate sulla forza e sul conflitto, ci vogliono lo sforzo e il sacrificio. Qualcuno vincerà, ma qualcuno inesorabilmente perderà.

Se abitiamo il conflitto, riducendo le resistenze, costruendo una società e una medicina della consapevolezza, il rischio è che vincano tutti, che vinca la vita.