«Durante tutto quell’anno gli animali lavorarono come schiavi. Ma erano felici di farlo: non lesinavano sforzi e sacrifici, nella consapevolezza che tutta quella fatica sarebbe tornata a loro vantaggio e a futuro vantaggio della loro specie, e non di una masnada di esseri umani fannulloni e ladri. In primavera e d’estate lavorarono sessanta ore la settimana. In agosto, Napoleone annunciò che bisognava lavorare anche la domenica pomeriggio: l’adesione sarebbe stata rigorosamente volontaria, ma gli assenti avrebbero avuto le razioni dimezzate».

La prima volta che ho letto La fattoria degli animali avevo dodici anni e andavo a scuola dalle suore, una privata femminile con l’obbligo della divisa. La sera, a casa, guardavamo “Ok, il prezzo è giusto!”, adattamento dello statunitense “The Price Is Right”. Scopo del quiz, condotto da una futura eurodeputata berlusconiana sulla tv del futuro presidente del Consiglio Berlusconi, era indovinare il prezzo delle cose costose. Lavatrici, tappeti, set di valigie, pellicce. Sii gentile, sempre: ogni persona che incontri potrebbe aver visto “Ok, il prezzo è giusto” e non aver mai letto George Orwell.

Ho riletto ieri La fattoria degli animali, dopo aver intervistato Babbo Natale. Era una donna, si chiamava Giulia, distribuiva volantini agli avventori del centro commerciale della stazione Termini: “Questo centro commerciale è aperto perché un bel giorno Monti, Berlusconi e il Pd di Bersani hanno pensato che nella grande distribuzione fosse giusto lavorare 365 giorni all’anno, un caso quasi unico in Europa. La chiamano liberalizzazione ma la libertà è solo quella dei proprietari della grande distribuzione di tenere i centro commerciali aperti più a lungo, la libertà quindi di fare grossi profitti sul lavoro di persone che devono rinunciare alle festività”.

Giulia non era sola: con lei c’erano decine di altri Babbi Natale davanti ai negozi aperti nel giorno di festa, in 22 città italiane: da Reggio Calabria a Torino passando per Salerno, Napoli, Roma, Pescara, Viareggio, Milano, Padova. Sono gli attivisti di Potere al popolo, la lista popolare nata dopo l’implosione del percorso del Brancaccio e che mette al centro del programma sul lavoro, oltre alla cancellazione della legge-Fornero, del Jobs act e delle leggi che hanno prodotto la precarietà e a un piano per creare occupazione, la riduzione dell’orario a parità di salario: “32 ore settimanali, tanto più necessarie a fronte dei processi in atto di automazione delle produzioni”.

“Non si può incentivare un popolo al consumo in ogni momento, è importante ricominciare a conquistare spazi e tempi per la socialità e gli affetti”. Qualcuno ha storto il naso: “Che c’è di male a lavorare nei giorni di festa se le commesse vengono pagate?”. Non conta il tempo e il diritto al riposo e alla vita ma il prezzo delle cose, delle lavatrici come delle lavoratrici: è ok se il prezzo è giusto: questo è il messaggio che veniva propagandato dalla tv di Berlusconi. Fortuna che a scuola dalle suore, inavvertitamente, c’era una biblioteca piena di libri scritti dai socialisti. Nei racconti dei mari del Sud, Jack London narrava la storia dell’apostata Johnny, che aveva la mia età: 12 anni. E da anni lavorava come operaio nella fabbrica tessile dove era stato partorito. Lavorava dall’alba al tramonto, e un giorno decise di fermarsi a contare quanti movimenti aveva fatto ogni anno: 25 milioni di movimenti. Bobina, filo, bobina, fino a diventare una sola cosa con il telaio. Decise di fermarsi per sempre: “Non sono mai stato felice prima. Non avevo tempo. Non ho fatto che muovermi tutto il tempo. Quello non è il modo di esser felice, e non lo farò mai più. Voglio stare solo tranquillo, tranquillo e riposare”.

Il volantino proseguiva spiegando gli effetti del provvedimento che ha deregolamentato gli orari dei negozi: un tempo lavoratrici e lavoratori avevano diritto alla festa e al riposo e deve tornare a essere così, contro un modello sociale in cui il profitto viene prima degli esseri umani”. Il profitto prima degli esseri umani. Come nella fabbrica di cotone descritta da Jack London nel 1906.

Ridurre l’orario di lavoro significa anche – e soprattutto – consentire a tutti di coltivare passioni e relazioni, di redistribuire l’attività di cura oggi principalmente a carico delle donne, rendere indisponibile una parte rilevante della nostra vita allo scambio commerciale e alle logiche del mercato che sono illogiche, avendoci spinto a un modello di consumo che, se fosse esteso a tutti gli abitanti del pianeta, comporterebbe lo sfruttamento delle risorse di altri due pianeti identici al nostro. Che facciamo? Continuiamo a mantenere questo stile di vita per pochi depredando le risorse naturali di tutti gli altri? Domandiamo a Iva Zanicchi quanto costa una coppia di pianeti Terra?

Ridurre l’orario di lavoro è dunque una misura di per sé in grado di produrre benefici per i lavoratori e i disoccupati? No. Dipende da come questa riduzione viene governata. O meglio: nell’interesse di chi.

La riduzione degli orari è una tendenza già in atto in tutto l’Occidente: la produttività è aumentata (a parità di lavoro, si produce di più), la tecnologia ha sostituito alcuni posti di lavoro, la domanda è in calo, i governi tagliano i servizi pubblici e dunque le assunzioni. Le leggi che hanno regolamento questa fisiologica riduzione del numero di ore lavorate hanno però tutelato gli interessi delle imprese e non i bisogni e i diritti dei lavoratori, facendo sì che si lavorasse di più in pochi e affatto tutti gli altri: l’opposto del “lavorare meno, lavorare tutti”, che si chiedeva nel Sessantotto. Obiettivo delle imprese è quello di aumentare i profitti riducendo al minimo costi e rischi, e la legge ha diligentemente assecondato questi scopi. Quali costi? Primo tra tutti, il salario:  l’abrogazione dell’articolo 18 e lo smantellamento delle altre tutele ha indebolito il potere di contrattazione dei lavoratori con la conseguente compressione dei salari che, a differenza dei profitti, non hanno beneficiato dell’aumento di produttività.

Altri costi da alleggerire sono l’aggiornamento dei lavoratori e delle macchine: perché perdere tempo e soldi per insegnare ai lavoratori assunti prima dell’avvento delle nuove tecnologie a usare queste tecnologie quando la legge ti consente di mandare a casa i vecchi lavoratori e sostituirli con altri più giovani e già formati? Perché investire in macchinari che velocizzino il processo produttivo se posso far correre più veloce i lavoratori sottoponendoli al continuo ricatto del mancato rinnovo di contratto e approfittando del fatto che non sono iscritti al sindacato? Apposite leggi hanno reso i lavoratori sostituibili e precari, allontanato i sindacati sgraditi alle aziende, indebolito il diritto di sciopero, prodotto una tale quantità di disoccupati che chiunque abbia un lavoro, per un mese o per un giorno pensi a tenerselo stretto senza protestare. E quali rischi le imprese puntano a evitare? Ad esempio, il rischio di affrontare le contrazioni della domanda per intercettarne i picchi: perché assumere un lavoratore per tutto l’anno se non mi serve ad Agosto, o per tutta la settimana se mi serve solo fino al mercoledì, o per tutto il giorno se mi serve solo per mezza giornata, o per un ora se mi serve solo per i venti minuti in cui si precipita a consegnare la pizza?

Ecco allora pronte le leggi che hanno consentito alle imprese di assumere a tempo determinato e rinnovare quel contratto per anni senza l’obbligo di stabilizzarlo, di imporre il part-time verticale cambiando i turni in funzione dei bisogni dell’impresa e mai del lavoratore, di servirsi di lavoratori in somministrazione, di appaltare alle cooperative interi processi produttivi, di assumere per un giorno con i voucher, di pagare i fattorini a consegna invece che a ora, di far lavorare al fianco di camerieri e commessi gli stagisti per un anno e gli studenti in alternanza scuola-lavoro per 400 ore rimborsando ai primi solo le spese e neanche quelle ai secondi.

Grazie alle leggi dettate da Confindustria ai governi (Renzi, per saltare un passaggio, aveva addirittura appaltato a un esponente di Confindustria il ministero dello Sviluppo Economico), il rischio d’impresa è stato interamente scaricato sui lavoratori e i benefici dell’aumento di produttività – che in mezzo secolo è andata crescendo grazie all’innovazione tecnologica – sono finiti nelle tasche della grande industria e della rendita finanziaria nella quale altre apposite leggi hanno incentivato gli industriali a investire i profitti.

Ecco perché, oggi che si potrebbe lavorare di meno a parità di salario (o guadagnare di più a parità di ore lavorate) lavorano di più in pochi guadagnando di meno. Qualcuno lavora perfino gratis, appeso alla promessa di ottenere un contratto dopo mesi di stage nel negozio di borse e qualcun altro, infine, guadagna ottanta volte quel che guadagna un suo dipendente e sei volte tanto quello che guadagnava in passato: i grandi manager che hanno suggerito le riforme che li hanno resi miliardari.

Lo tenga presente il Movimento 5 Stelle, che pure sponsorizza la proposta di redistribuire il tempo di lavoro: se viene pilotata dai governi e non dai lavoratori – se viene portata avanti insieme all’attacco ai sindacati che sono lo strumento attraverso il quale i lavoratori avanzano le rivendicazioni e organizzano gli scioperi – la riduzione dell’orario avvantaggia le imprese e non i lavoratori. La conquista delle otto ore per i metalmeccanici nel 1919 e per le altre categorie nel 1923 è frutto delle lotte operaie e contadine di quegli anni. Come dice l’anziano minatore intervistato oggi e messo in  musica dagli inglesi Public Service Broadcasting: “Tutto quello che le classi lavoratrici hanno ottenuto lo hanno conquistato con gli scioperi. Non penso ci sarà mai un giorno nella vita di un semplice lavoratore in cui poter dire: non avrò più bisogno di scioperare”.

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