Sopprimendo le vecchie comunità etiche reali incardinate su nessi concretissimi tra soggetti corporei, le nuove forme di comunità immaginarie della virtual reality promuovono l’isolamento nell’atto stesso con cui celebrano la connessione digitale come nuova e postmoderna forma di community. Le reti sociali delle solitudini connesse nel web e disconnesse dalla realtà assumono esse stesse la funzione di specchio che riflette su scala planetaria l’immagine alienata e il profilo del consumatore solitario e cosmopolita, digitalizzato e fashion addicted.

È l’apoteosi dell’individuo ridotto realmente a scarto del sistema, a pedina eterodiretta, a mero strumento svalorizzato della valorizzazione del valore e, insieme, atto virtualmente a celebrare il culto narcisistico di sé mediante l’esposizione mediatica e digitale permanente con la batteria dei selfie, dei blog, delle esternazioni egocentrate nel mare infinito – e infinitamente dispersivo – del world wide web.

L’atomistica delle solitudini deeticizzate, connesse virtualmente col mondo intero e sconnesse realmente da ogni legame umano concreto, si presenta, così, come un’immensa aggregazione di solitudini intente a tenere vivo senza sosta un monologo di massa che sempre riconferma l’ordine esistente: quand’anche si illuda di contestarlo, mediante esternazioni massimamente ostili e dissenzienti, già ne metabolizza i moduli espressivi e il medium tecnico non neutro, nonché quell’isolamento programmatico in forza del quale l’irrilevanza delle proteste è garantita dalla loro strutturale impossibilità di socializzazione reale.

La monade postmoderna crede stolidamente di essere connessa con il mondo intero, quando in realtà è sola con il proprio apparato tecnico che ne sorveglia e ne amministra la coscienza e i modi: esso favorisce la connessione virtuale di ciascuno con tutti, affinché non si realizzi la connessione reale con nessuno. Le reti sociali, inoltre, promuovono su tutta la linea il disimpegno politico dell’evasione autoreferzniale e autistica nella galassia telematica e dell’iperrealtà.

Se, ancora in tempi non remoti, la pratica dell’autoscatto era indice di solitudine, oggi essa diventa la norma: permette al singolo io dal legame sociale spezzato di esibire se stesso, con ebete ottusità, nel quadro dell’egosistema delle monadi sradicate, narcisiste e rigorosamente senza finestre. Il nostro è il tempo dei selfie della gleba e degli egomostri.

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