Essere obeso è, in un certo senso, come essere ammalato oppure vecchio: ti rendi conto di cosa significa realmente quando grasso ci diventi, proprio come quando all’improvviso ti ammali, oppure capisci di essere diventato ineluttabilmente anziano. Sono condizioni della vita che tendiamo a rimuovere per anni e anni, privando così chi è già in quella situazione della necessaria empatia che meriterebbe, fino a quando non tocca a noi. E la società intorno è ancora più spietata: perché proprio come mette al bando i malati e gli anziani, chiusi nei nosocomi o nelle residenze per anziani (qualcuno vede cartelloni o pubblicità o fiction o film con moribondi o vecchi?), così nasconde i grassi, coperti dalla vista del mondo che letteralmente li schifa.

Ma con un’aggravante: perché i grassi, oltre a essere esclusi da qualsiasi pubblicità, video, film, moda – a parte l’ipocrisia delle modelle curvy, false grasse dalla taglia 42 e le tette quarta misura –  devono subire tutta la violenza del moralismo della gente “magra”, che li accusa di aver scelto quella condizione, di avere scarsa forza di volontà: visto che basterebbe uno sforzo per cambiare, per guarire e tornare “normali”. A differenza di chi è malato e anziano, insomma, chi è grasso è anche  responsabile, secondo chi lo circonda, dei costi che il Servizio sanitario nazionale deve accollarsi per lui. È un uomo, più spesso una donna, indegna, priva di forza morale, considerata talvolta quasi pari a un animale. Una visione che viene sostenuta e aggravata anche dal salutismo alimentare imperante, dall’ossessione crescente e ormai generalizzata verso il cibo bio, veg, privo di qualsiasi sostanza industriale nociva, “puro”, decontaminato. Una concezione che tende ancor di più, appunto, a giudicare chi, nonostante la quanto di cibo “benefico” in circolazione, si ostina a mangiare male e, invece di perdere peso, lo prende colpevolmente.

È per questo che è assolutamente lodevole l’iniziativa della città di Parigi, che ha istituito, il 15 dicembre scorso, una giornata contro la grassofobia scegliendo come testimonial Gabrielle Deydier, autrice di On ne naît pas grosse (“Non si nasce grassi”) e promotrice, insieme all’attrice Anne Zamberlan, dell’utilizzo della parola “grassofobia”. Deydier racconta la sua storia e quella di altri obesi, fatta di umiliazioni nella vita e sul lavoro. Non si tratta, ovviamente, di un elogio o apologia dell’obesità, ma della denuncia di ghettizzazioni e discriminazioni spesso invisibili, perché ben poche persone prendono un obeso per un posto di lavoro, ma chi è colpito non potrà lamentarsi e denunciare perché non si tratta di una discriminazione dimostrabile.

“Esistono due forme di grassofobia, una sistematica e l’altra ordinaria”, spiega Gabrielle. “La prima si manifesta soprattutto in ambito sanitario, quando ad esempio devo chiedere un’ambulanza speciale, nel caso abbia un incidente, perché quelle normali non portano persone sopra i 130 kg. Lo stesso vale per i letti d’ospedale e le sale operatorie. Ma la grassofobia sistematica sta anche nei sedili dei teatri e dei cinema o dei treni”. E poi c’è quella ordinaria, del quotidiano, quella delle persone che ti evitano, ti umiliano, o ti insultano.

Non solo. Una questione gigantesca è l’enorme difficoltà nel trovare lavoro, con le persone, racconta sempre Gabrielle, che le dicevano di andare da Mc Donald’s, “tanto lì prendono tutti” e Mc Donald’s che invece la rifiuta perché non vuole che la gente pensi che mangiando hamburger si diventi così. Impossibile pensare di diventare segretaria o assistente di direzione, un lavoro che corrisponde a uno stereotipo preciso: corpo magro e perfetto. “Pensi che tra le persone che chiedono il sussidio di povertà, il 30% è obeso. Tra coloro che guadagnano quattromila euro al mese, si scende al 7%”.

Ma tornando alle nostre latitudini, e alle nostre vite. È atroce, e sinceramente anche un po’ incomprensibile, che chi grasso non è non riesca a mettersi nei panni di chi pesa 80, 100, 120 chili. Che continui a sostenere e credere che chi è obeso può dimagrire purché lo voglia. Non è così. Primo, perché chi è grasso, ma questo ce lo dimentichiamo, ha una vita come tutti gli altri, cioè lavora, magari ha dei figli, giornate convulse, pochissimo tempo. Non è dunque, come ci si immagina, una persona che ha tutta la giornata a disposizione per concentrarsi e focalizzarsi unicamente sul diventare magra, magari passando ore e ore in palestra o correndo su un tapis roulant.

Ma c’è un altro problema: chi ha provato lo sa, dimagrire è una questione difficilissima, sia quando di chili ne hai pochi, a maggior ragione quando ne hai tanti. Non si tratta di mangiare di meno, si tratta di molto di più, è un’impresa immane, da tutti i punti di vista. Anche psicologica, certo, ma attenzione, questo non vuol dire – altro stereotipo – che l’obeso è una persona che ha certamente problemi psicologici irrisolti con la sua infanzia o blocchi emotivi da curare con la psicoterapia. Non è detto. Grasso non vuol dire malato di mente, né con turbe da curare. Si diventa grassi perché la genetica non è generosa, perché si passa come tutti un momento difficile, oppure – per le donne – una o più gravidanze, perché per anni magari si è costretti a causa del poco tempo e dei pochi soldi – come ha spiegato l’autrice del libro, più sei grasso, meno lavori e più sei povero – a fare a fare una vita sedentaria. Si diventa grassi anche per caso, sì.

Ad ogni modo l’obesità è un dramma. È come avere un corpo intorno che ti immobilizza, quasi – non esagero – a livello di un paralitico. Essere grasso significa portarsi dietro una corazza di piombo, avere l’affanno subito, non riuscire a condurre una vita normale, soffrire enormemente, ma di una sofferenza che sarebbe molto più sostenibile se non venisse accentuata dal modo in cui la società, e chi grasso non è, considera le persone obese.

Non si tratta dunque di rivendicare un “orgoglio grasso”, probabilmente quasi tutte le persone che con eufemismo vengono definite oversize vorrebbero essere più magre, ma di chiedere un rispetto totale: dalle istituzioni, come dalle persone. E strumenti per poter far emergere la discriminazione laddove c’è, perché come viene sanzionata la discriminazione per razza, sesso, religione così dovrebbe essere sanzionata quella per peso corporeo eccessivo.  Incostituzionale come le altre.

E voi, la prossima volta che vi si siede accanto una persona obesa non pensate: “Che schifo, ma come ha fatto a ridursi così, ma perché non fa qualcosa”. Sappiate che potrebbe succedere a voi quando meno ve lo aspettate. E sappiate, soprattutto, che quella persona soffre già atrocemente e non ha bisogno del vostro inutile, e onestamente vergognoso, disprezzo.

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