C’è un ottimo motivo perché Beppe Severgnini tenga in grande considerazione lo shampoo e si vede. Sappiamo anche che le necessità minute, come per esempio i doveri quotidiani alla toilette personale, si sovrappongono fino ad oscurare, in tema di gerarchia dei valori, istanze appena più universali.

È anche colpa della pubblicità. Perché è certo che Severgnini, e tanti italiani come lui, avranno colto – quando si sono imbattuti nel logo e nel nome della formazione di Pietro Grasso – con vivo interesse il refrain shampista, nulla potendo nella scala dei ricordi e della conoscenza la trascurabile Dichiarazione dei diritti dell’uomo (art. 1 “Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti”).

Se è vero che nel dopoguerra la televisione ha dato una lingua comune a un Paese disunito e con cento dialetti, è certo che di questo passo la televisione – ieri sera Severgnini era ospite di Otto e mezzo – troverà il modo per restituirlo come l’ha trovato: analfabeta. L’unica fortuna, e il dettaglio si colga nella sua giusta dimensione, è che grazie proprio a Severgnini l’appellativo shampista, utilizzato da noi maschi con feroce sessismo nei confronti di donne ritenute di debole intelletto ma di virtuose fattezze fisiche, d’ora in avanti sarà utilizzabile nella versione unisex.

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