Un fine settimana indimenticabile. Un’esperienza che voglio condividere, che non avrei mai pensato di poter fare. Quest’anno abbiamo vinto il premio Nobel per la pace! In tanti: tutti noi che ci siamo da anni impegnati per proibire la produzione, il possesso, il finanziamento, lo stazionamento e l’uso delle bombe nucleari. Domenica 10 dicembre a Oslo la cerimonia di consegna del premio Nobel per la pace a Ican, la campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari. E c’ero anch’io, orgogliosa mamma di uno dei fondatori di un gruppo europeo di Ican. Un fine settimana che ha cambiato la mia percezione di me stessa.

Mi ritenevo infatti una persona attenta ai bisogni degli altri, ma ora soffro di dissonanza cognitiva: come posso ritenermi tale? Ora che mi son resa conto che il mio Paese, come molti altri, con la semplice esistenza delle testate nucleari sul suo territorio minaccia – sempre, anche ora mentre scrivo – esseri umani che sono esattamente come me, attraverso armi di distruzione di massa, che in nessun caso accetto possano venir utilizzate in mio nome. La stessa minaccia, in sé, è inaccettabile: contraddice il rispetto minimo verso noi esseri umani e il nostro bisogno di bene, di vita e di pace.

Alla cerimonia a Oslo ci siamo commossi in migliaia, presenti in sala e spettatori della trasmissione in tutto il mondo in diretta. Abbiamo sospeso per un attimo la solita strategia – “non rendersene affatto conto” – quel “rifiutare di pensarci” che è un aiuto del nostro sistema immunitario emozionale: come potremmo infatti altrimenti vivere le nostre solite vite quotidiane, coi nostri piccoli e grandi problemi, coi nostri cari e mantenerci emozionalmente equilibrati, rendendoci conto davvero che siamo criminali di guerra potenziali, con un governo italiano che è mancato ai negoziati per proibire le armi nucleari, e tuttora non ha firmato il trattato per la messa al bando?

Che finanziamo con le nostre tasse la gestione di missili con testate atomiche e accettiamo che siano pronti per il lancio? Un film come The bomb – anche disponibile su Netflix – ci impedisce di sottrarci all’esperienza di sapere: le bombe attualmente attive nel mondo, circa 15mila, sono di dimensione enormemente maggiore di quelle che hanno distrutto Hiroshima e Nagasaki: usarle è impensabile. Nessuna Croce rossa o protezione civile potrebbe mai portare alcun aiuto di fronte alla devastazione totale, e all’inverno nucleare che ne segue. La dottrina militare di chi vuole queste armi sostiene che il loro puro esistere è un deterrente, nel loro stesso non dover essere mai utilizzate.

Ma sono artefatti umani, macchine: abbiamo mai realizzato, noi umani, artefatti che escludano la possibilità di rompersi? Di incidenti? Non solo è follia sperperare risorse economiche per minacciarci a vicenda di distruggere il pianeta e per far manutenzione a cose che Non si devono mai usare: nessuno può garantire da incidenti. E infatti ce ne sono, e finora siamo stati solo molto fortunati. Chi ha letto il libro di Eric Schlosser, Command and control, non si può più fare illusioni. Finché esistono, sarebbe naif credere che non saranno mai più usate, che sia per un incidente, un malinteso fra i poteri nucleari, o apposta, in seguito alle minacce scambiate fra Trump e la Corea del Nord.

Non posso insomma credermi empatica, una persona “per bene”, praticante della cultura del rispetto per la vita e di religioni come quella cristiana e buddista, impegnarmi ogni giorno per la comunicazione costruttiva e la pace e allo stesso tempo tollerare l’esistenza di questa minaccia. Per questo chiedo che il nostro Paese firmi il trattato adottato da 122 paesi all’Onu il 7 luglio di quest’anno, con Ican: e a noi tutti di impegnarci in prima persona a partire da una petizione.

Non vogliamo essere criminali di guerra, nemmeno potenziali. Mai. In nessun caso.

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