“Ci siamo abituati a mangiare il cibo degli animali. E’ così che sopravviviamo all’assedio”. Ibrahim al Samadi ha 29 anni e vive a Douma, sobborgo di Damasco situato nella piana della Ghouta orientale. Area assediata dal dicembre del 2012 dalle truppe siriane. “I bambini vanno a scuola solo se non ci sono i raid aerei – spiega a IlFattoQuotidiano.it Samadi, che collabora con diverse ong locali – e spesso ci vanno senza aver mangiato”. Ma la cosa “più orribile è l’inverno. Non ci sono riscaldamenti, a meno che non si usi la benzina che viene ricavata dalla plastica. Tutto, qui, è molto costoso a causa dell’inflazione” che ha creato un fiorente mercato nero: un kg di zucchero costa 15 dollari.

La scarsità di beni alimentari, ha provocato la morte per denutrizione di molte persone e bambini. L’ultima è stata Sahar Dofdaa: meno di due chili di peso, le ossa a fior di pelle, morta nell’ottobre scorso a un mese di vita. Non è un caso isolato, come racconta Yahya Abu Yahya, medico attivo negli ospedali dell’area, interpellato da France Presse, che il 23 ottobre ha spiegato che dei 9.700 bambini esaminati negli ultimi mesi, 80 soffrivano delle più gravi forme di malnutrizione, 200 mostravano segni di malnutrizione acuta e altri 4 mila avevano problemi nutritivi.

Mohamad Jawish, insegnante di 29 anni, spera in un futuro migliore per sua figlia. “L’ho chiamata Eva, il nome della madre dell’umanità – racconta al telefono – mi auguro che possa avere una vita differente dalla mia”. Jawish insegna in diverse scuole elementari: “I bambini assistono a moltissimi atti di violenza e questo ha delle ripercussioni su di loro. La distruzione che vedono la riproducono in classe, attraverso la violenza, tentano di trasformare momenti di pace in occasioni di conflitto, quella a cui si sono abituati – spiega l’insegnante, prima del 2011 studente di economia e commercio all’università di Damasco – alcuni di loro in classe si fanno la pipì addosso quando passa un aereo”.

La Ghouta orientale un tempo era una fertile pianura piena di campi coltivati, oggi è un’area in cui secondo dati Onu di ottobre vivono 400mila persone sotto l’assedio dell’esercito di Bashar Al Assad. Questo nonostante l’intera zona sia una delle aree di “de-escalation” previste da un accordo stretto tra il regime e i vari gruppi che compongono l’opposizione con la mediazione di Russia e Turchia per ridurre le violenze nel Paese. Da una parte, l’esercito di Damasco supportato da terra dalle milizie libanesi di Hezbollah, dall’Iran e dalla Russia, che fornisce anche il sostegno aereo bombardando dal cielo. A controllare l’area dal 2012 è l’Esercito dell’Islam, milizia fondata da Zaharan Alloush, jihadista siriano di stampo salafita, ucciso da un raid russo nel 2015.

L’ascesa militare di Alloush cominciò pochi mesi dopo lo scoppio delle prime manifestazioni anti-governative, quando l’amnistia concessa da Assad il 31 maggio 2011 decretò la sua scarcerazione e quella di altri fondamentalisti, detenuti nel carcere di Saidnaya. In una rara foto, scattata appena dopo la loro liberazione, appaiono al suo fianco Hassan Abboud, fondatore dell’organizzazione salafita Harar AsSham, e Issa al-Sheikh , attorno al quale si coagulò il gruppo radicale Suqour al-Islam , i Falchi dell’Islam. “In quei mesi fui arrestato – ricorda Jawish – perché avevo partecipato ad alcune manifestazioni contro il governo: chiedevamo riforme. Passai tre mesi in cella. Sopravvissi perché facevo body-bulding, avevo vinto anche diversi titoli. Allora pesavo 100 chili, oggi arrivo a 60”, dice con nostalgia.

Il ricordo dell’attacco chimico del 21 agosto 2013 è ancora vivo. “Alle 2,40 della notte siamo stati svegliati dai missili. All’inizio, non capivamo di cosa la gente stesse morendo. I volti dei morti erano blu. I cadaveri puzzavano di uova marce”, dice Samadi, parlando velocemente, quasi riavvolgendo il nastro di un film. “Gli ospedali erano pieni, abbiamo aperto scuole e negozi per accogliere i feriti. Ricordo che in quei giorni avevamo contato 1.460 morti. Poi abbiamo perso il conto”. “Ci sembrò il giorno del giudizio”, ricorda Jawish descrivendo quella notte. “Vedevi decine di morti senza sangue, corpi senza sangue – ripete ancora incredulo – per strada, nelle case o seduti senza vita nelle verande. Oggi affrontiamo altro”.

Ci sono i problemi del quotidiano. L’acqua viene estratta da pozzi di fortuna, senza essere filtrata, e il pane, prodotto senza lievito e mischiato a succedanei della farina, viene cotto in forni alimentati dalla combustione di plastica o pezzi di pneumatici. “Il risultato di questa alimentazione la vedremo fra qualche anno”, dice al telefono l’insegnante. Poi, dopo una pausa di qualche secondo, grida alla cornetta: “Non avrei ma immaginato che nel secondo millennio un governo potesse fare quello che il nostro ci sta facendo”. E continua “sono un cittadino siriano che vive nel territorio della Repubblica araba siriana e ho un passaporto siriano. Mi è vietato di muovermi nel mio paese; mi è vietato vedere la mia famiglia, mi è vietato ricevere da mangiare. Non c’è nessuna legge, etica o religione che dà ragione a quello che ci viene fatto”.