Dopo 18 anni, il caso irrisolto della morte del parà Emanuele Scieri, 26 anni, torna a bussare alla porta di un vecchio lupo della magistratura militare. Marco De Paolis, 58 anni, oggi a capo della Procura militare di Roma, era il procuratore di La Spezia che, all’indomani della morte del soldato siracusano nella caserma Gamerra di Pisa, chiese l’archiviazione delle indagini. Non c’erano abbastanza prove per percorrere la pista di un episodio di nonnismo finito male. Inutile rincorrere i fantasmi. De Paolis chiuse Scieri in un cassetto e passò i successivi 15 anni a perseguire (anche e soprattutto) i criminali nazisti. Oggi che la commissione d’inchiesta parlamentare sulla morte di Scieri sostiene di aver trovato nuovi indizi, De Paolis, sguardo placido e piglio da mastino, deve vederci chiaro. Si ritrova a tu per tu con questo ragazzo alto, che – nella foto diffusa dalla famiglia – oltre al basco amaranto e alla divisa della Folgore, indossa lo sguardo interrogativo di chi pensa “che ci faccio io qui?”. Emanuele si era laureato in giurisprudenza, non voleva fare la carriera militare. Doveva solo passare un anno in caserma, per l’obbligo di leva, a 26 anni. Ma a Pisa rimase solo poche ore.

De Paolis, perché vuole riaprire le indagini su Scieri?
Vogliamo solo verificare che ci siano i presupposti per farlo. Potrebbe essere di nostra competenza, come lo fu 18 anni fa.

Quali presupposti?
Leggiamo dai giornali che la commissione parlamentare ha inviato gli atti alla Procura della Repubblica di Pisa. Ho fatto presente alla presidente della commissione di inchiesta, informalmente e poi con una lettera ufficiale, che qualora fossero in possesso di un’ipotesi di reato, è necessario mandare gli atti anche alla Procura militare di Roma, cioè quella competente per i reati militari. Infatti, se si ipotizza un reato di omicidio, non può escludersi a priori che si possa trattare di un reato militare di omicidio fra militari.

Perché non lo hanno fatto?
Non posso saperlo. Io non ho preso nessuna iniziativa, ma se c’è un’ipotesi penalmente rilevante a carico di ignoti, poiché gli ignoti indagati possono ben essere dei militari, è nostro compito vagliarla.

Di che ipotesi potrebbe trattarsi?
Potrebbe essere solo un omicidio: altri reati minori sarebbero ormai prescritti. Non si possono riaprire indagini per reati prescritti.

Nel 1999 se ne occupò la Procura Militare di La Spezia, perché oggi Roma?
Allora la Toscana era nella competenza della Procura militare di La Spezia, che nel frattempo è stata soppressa, con la riforma delle Procure militari. Oggi la competenza sulla Toscana è della Procura militare di Roma.

Perché a suo tempo lei, a La Spezia, chiese l’archiviazione delle indagini?
Io mi occupai del caso Scieri solo nella fase finale. Ci fu una prima richiesta di archiviazione della Procura militare prima che io arrivassi in quell’Ufficio e il gip la respinse: disse che occorreva effettuare nuove indagini. Io, arrivato successivamente come procuratore, dopo aver completato il supplemento di indagini chiesto dal gip, chiesi nuovamente l’archiviazione, che fu accolta.

Che supplemento di indagini?
Ci arrivò una cartolina anonima. Ascoltammo centinaia di militari, non venne fuori niente.

Cosa ricorda di quelle indagini?
Le prime indagini non le condussi io, però ricordo che, così come le successive, furono molto accurate.

La Commissione sostiene il contrario: non furono nemmeno rilevate le impronte digitali.
Per riaprire le indagini non basta ritenere che le indagini non siano state condotte bene. O esce fuori qualche nuova prova, qualche testimonianza che dà un contributo, o non è costruttivo alimentare le polemiche contro le forze armate.

A livello umano, personale, se saltasse fuori un nuovo indizio, a lei farebbe in qualche modo piacere?
È innegabile: un’archiviazione come quella di venti anni fa lascia degli interrogativi non risolti. Se avessero dei nuovi indizi, ben venga. Meglio tardi che mai.