I docenti già assunti non possono essere esclusi dai concorsi, a cui hanno tutto il diritto di partecipare se vogliono migliorare la propria posizione lavorativa. E la Buona scuola, nel momento in cui lo fa, è incostituzionale. La Consulta non usa mezzi termini per stroncare un comma della riforma che era sempre stato contestato da sindacati e insegnanti. Anche se concretamente la sentenza non avrà grossi effetti, se non quello di confermare la cattedra a quelle poche centinaia di professori che avevano già fatto ricorso e intanto avevano superato con riserva le prove del concorsone 2016. L’unica, sostanziale novità interesserà la cosiddetta fase transitoria, i concorsi riservati ai docenti già abilitati o con servizio previsti tra 2018 e 2019, a cui a questo punto potranno partecipare anche quelli già assunti (ammesso che ne siano interessati).

Non è la prima volta che la Consulta boccia la criticatissima riforma di Matteo Renzi e dell’ex ministra Stefania Giannini. Già l’anno scorso si era pronunciata contro due capitoli minori del testo, quelli relativi all’edilizia scolastica e agli asili (salvando però il suo impianto generale). Stavolta la sentenza di incostituzionalità (che porta la firma di Giuliano Amato come relatore) riguarda l’esclusione dei professori già assunti nella scuola pubblica dai concorsi, prevista dalla Legge 107. Si pensa che i bandi siano rivolti solo ai precari o ai disoccupati che aspirano al posto fisso, e a grandi linee è così: ma anche chi è già assunto può essere interessato a partecipare, ad esempio per cambiare materia d’insegnamento, oppure ottenere immediatamente un trasferimento, o ancora fare il salto dalle medie alle superiori. Invece nel recente passato il governo lo ha impedito.

Nel 2015, infatti, quando aveva bandito il nuovo attesissimo concorsone, il Ministero aveva deciso di tagliar fuori i docenti già assunti, nel tentativo di ridurre il numero dei candidati che temeva troppo alto. Ma quella disposizione viola gli articoli 3, 51 e 97 (pari dignità sociale, condizioni di uguaglianza fra i cittadini, accesso alla pubblica amministrazione) della Costituzione. Secondo i giudici, le procedure concorsuali “devono essere impostate su criteri meritocratici, volti a selezionare le migliori professionalità” mentre il Miur ha voluto “restringere irragionevolmente la platea dei partecipanti”. Peraltro, la “finalità dell’assorbimento del precariato”, addotta come scusa dal governo, era già stata “adeguatamente perseguita dal piano straordinario di assunzioni” (quello da quasi 100mila posti), da cui pure erano stati tagliati fuori i docenti in possesso di contratto a tempo determinato. “La Consulta ci dà ragione: i docenti non possono essere esclusi solo perché hanno già un contratto”, esulta Marcello Pacifico dell’Anief, sindacato che ha promosso buona parte dei ricorsi in questione.

Questa la sentenza: dura, netta, per certi versi anche “epocale” nella censura della riforma. Diverso il discorso sulle conseguenze concrete del provvedimento, molto più limitate. Sicuramente – come sottolinea il comunicato della Consulta, la pronuncia si applicherà alle prossime procedure, anche se in realtà il Ministero aveva già rinnegato se stesso, facendo cadere nell’ultima legge delega l’articolo dell’esclusione dei docenti già di ruolo: al prossimo concorso, previsto non prima del 2020, potranno partecipare anche loro, ma questo si sapeva già. Qualcosa cambierà per il vecchio concorsone, quello del 2016: di fatto la Corte ha accolto il ricorso degli esclusi che si erano rivolti al Tar, e intanto avevano svolto le prove (quelle ordinarie o la seconda tornata di suppletive) con riserva. Sono comunque poche centinaia: chi ha superato gli esami ed era stato “congelato” in graduatoria, presto avrà il posto. Per tutti gli altri esclusi ormai è tardi per fare ricorso.

La novità principale riguarderà invece la prossima fase transitoria (la sentenza la cita esplicitamente), con cui il governo assumerà precari nei prossimi due anni, in attesa dell’avviamento del nuovo sistema di reclutamento: a questo periodo di transizione potranno partecipare pure gli assunti (e la cosa certo non farà felice i più giovani, che speravano di non avere ulteriore concorrenza), anche se trattandosi di un percorso che prevede un anno di apprendistato a stipendio ridotto bisogna vedere quanti saranno gli insegnanti interessati a questa opzione. Il giudizio della Consulta, insomma, accontenta un numero circoscritto di ricorrenti. Stabilisce un principio, più o meno già assodato. E ribadisce un concetto: la Buona scuola è stata scritta male. Anche se probabilmente non c’era bisogno della Consulta per accorgersene.

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