Sui volantini distribuiti alle famiglie e nelle parrocchie per raccogliere abiti usati, c’erano le facce sorridenti di bambini africani, in attesa di un gesto di generosità. Ma delle migliaia di tonnellate di vestiti di seconda mano raccolte tra il 2014 e il 2016 in mezzo nord Italia da una rete criminale che faceva capo alla Nuova Tessil Pezzame di Solaro, in provincia di Milano, e alla onlus savonese L’Africa nel cuore, nei villaggi africani non ne è arrivata nemmeno una. E tanto meno, secondo gli inquirenti, ai bisognosi sono arrivati i proventi della vendita di questi indumenti che, senza alcun trattamento e igienizzazione, come imposto dalla legge e dichiarato nei documenti falsi, sono finiti sulle bancarelle di mercatini italiani e nord africani. Un vero e proprio traffico illecito di rifiuti quello tratteggiato da un’inchiesta dei Carabinieri del Noe di Milano e della Dda milanese, che ha portato tre persone in carcere e altre tre ai domiciliari, mentre per altre sei è scattato l’obbligo di dimora. Secondo un modello che in Italia potrebbe essere più diffuso di quanto sembra: nel settore degli abiti usati, ipotizzano gli investigatori, potrebbe non essere l’unico caso.

La onlus come paravento
Il traffico ruotava tutto intorno alla Nuova Tessil Pezzame, azienda che operava proprio nel trattamento degli abiti di seconda mano: la legge li considera infatti rifiuti e impone di selezionarli e sanificarli prima di rimetterli in commercio. Dallo stabilimento, il titolare Carmine Scarano, finito in carcere insieme al vice presidente e tesoriere della onlus ligure Guglielmo Giusti e all’intermediario algerino Achab Boutouchent, coordinava tutte le attività di raccolta in circa 100 comuni tra Lombardia, Piemonte e Friuli Venezia Giulia, affidate a sei diversi operatori quasi sempre privi delle dovute autorizzazioni. Gli indagati, si legge nell’ordinanza del gip Laura Anna Marchiondelli, facevano “leva sul comune senso di solidarietà per approvvigionarsi di indumenti usati, da destinare al loro illecito commercio”, usando il nome e il logo dell’associazione di beneficenza L’Africa nel cuore a fronte “del pagamento di un contributo triennale pari ad euro 15.000” da parte dell’azienda milanese. “Dalle conversazioni intercettate tra Scarano e Giusti emergeva la consapevolezza da parte di entrambi dell’uso improprio del nome dell’associazione, nonché l’utilizzo di soggetti reclutati da Scarano per la raccolta porta a porta, illegittimamente spacciati quali rappresentati de L’Africa nel cuore onlus ed iscritti in tutta fretta all’elenco dei volontari”, precisa il Gip.

Trattamenti inesistenti
Gli abiti venivano raccolti attraverso sacchetti ritirati a domicilio, o cassonetti ad hoc svuotati in base alle zone da sei diversi operatori, oggi tutti sottoposti all’obbligo di dimora. Dalle province di Milano, Varese, Monza Brianza, Alessandria, Novara e Udine i carichi di vestiti usati confluivano tutti nell’impianto, dove però, nonostante le prescrizioni di legge, non avveniva nessuna selezione, separazione degli indumenti per tipo e sanificazione. Addirittura, spesso i sacchetti pieni di vestiti non venivano nemmeno aperti, e spediti tal quali in Campania o in Nord Africa. Quando i carabinieri del Noe nell’autunno 2015 si presentano all’azienda per un sopralluogo, trovano il nastro trasportatore per la sanificazione addossato a una parete e pieno di polvere. “Io non ho mai voluto selezionare”, dice Scarano intercettato al telefono con un fornitore, e in un’altra conversazione afferma: “Non posso aprire tutto, capito”, riferendosi ai sacchetti di vestiti. A un altro conoscente riferisce quanto detto ai Noe nel corso di un’ispezione: “Gli ho detto: (…)Ho capito che bisogna farlo, ma ci rendiamo conto che lei mi sta dicendo di fare una cosa che non serve!”.

Nello stabilimento anche gli abiti usati di Milano
Solo in certi periodi, quando il volume degli indumenti in arrivo era minore, una piccola parte della merce veniva trattata. Era, scrive il Gip, “una forma di tutela in caso di eventuali controlli a sorpresa presso l’azienda”, e i pochi abiti igienizzati servivano anche a dare una parvenza di legalità in caso di ispezione dei carichi: “Sai che noi mettiamo sempre due file dietro”, spiega Scarano a uno dei suoi intermediari. Una mancanza fonte di “grave rischio per la salute” per chi compra abiti non igienizzati, ma che per il titolare della Nuova Tessil Pezzame ha significato secondo gli inquirenti un illecito profitto sostanzioso. Solo basandosi sulle quantità di indumenti tracciati (10mila tonnellate, ma almeno il 50%, spiegano dal Noe, rimane invisibile), gli investigatori hanno stimato un utile netto di 2,3 milioni di euro. Soldi che in gran parte entravano in nero: diverse intercettazioni mettono infatti in luce la creazione di fatture false per giustificare gli introiti che derivavano dall’attività illegale di raccolta dei rifiuti. I vestiti non arrivavano solo dalla rete di raccolta illegale gestita da Scarano e Giusti con il supporto della compagna del primo e di una dipendente dell’azienda, finite ai domiciliari insieme a un altro intermediario. Nel 2015, infatti, secondo la ricostruzione del Gip, il 68% degli abiti dichiarati in entrata alla Nuova Tessil Pezzame proveniva dalla cooperativa legata alla Caritas “Vesti Solidale”. La coop, che non è indagata, gestisce la raccolta di abiti usati nella città di Milano: su quei vestiti, entrati in maniera legale nello stabilimento di Solaro, secondo gli inquirenti è però probabile che Scarano, in linea con il proprio modo di operare, non abbia effettuato alcun trattamento di selezione e igienizzazione. Dall’azienda i carichi venivano poi venduti a imprese delle province di Napoli e Caserta attive nella commercializzazione di abiti usati e legate in certi casi anche da rapporti di parentela con i clan camorristici che gestiscono il traffico degli stracci, e in altri casi seguivano le rotte verso Senegal, Tunisia e Georgia, attraverso il porto di Genova.

Tutto parte da una rapina in casa
L’indagine è partita nel 2014 da una rapina in casa subita da Scarano e dalla compagna, per opera di tre ladri, di cui due vestiti da carabinieri. Il titolare della Nuova Tessil Pezzame aveva dichiarato il furto di 6mila euro in contanti, ma, scrive il Gip nella sua ricostruzione, “il modus operandi del tutto particolare e il tipo di obiettivo sembrava da subito spropositato rispetto all’entità del ricavato della rapina”. I rapinatori miravano infatti a intercettare parte di quel “flusso di denaro contante – diverse decine di migliaia di euro provento di illecito” fatto emergere dagli accertamenti dei carabinieri di Saronno e poi da quelli del Noe di Milano. Fino ad allora, la “rete criminale” di Scarano e Giusti si era mossa incontrastata in tutto il nord Italia attraverso cassonetti posizionati in un centinaio di Comuni, in gran parte abusivamente, senza che nessun sindaco avesse denunciato la cosa. Per posizionare questi contenitori su suolo pubblico serve una gara pubblica, o almeno una convenzione con i Comuni, ma secondo gli investigatori solo nel 5% dei casi questa era stata fatta effettivamente. E quando poi l’amministrazione, dopo gli accertamenti dei Noe, ha ordinato la rimozione, i contenitori sono stati semplicemente spostati altrove. Qualcuno pronto a donare per far sorridere un bambino africano, tanto, c’era sempre.