Il duello all’ultima fake è iniziato. Pur ancora lontano l’appuntamento delle prossime elezioni politiche, il guanto di sfida è la reciproca accusa di far ricorso a notizie fasulle pur di convincere i possibili elettori. Nel frattempo, oltreoceano il Democracy award 2017 è stato dedicato ai siti web e alle organizzazioni di ricerca che si sono distinti per l’impegno a contrasto delle fake news e delle nuove seducenti tecniche di disinformazione.

L’ambito premio del National democratic institute è stato aggiudicato a Washington dalla presidentessa del Ndi ed ex segretario di Stato Madeleine Albright al sito ucraino Stopfake.org, al social network filippino di informazione Rappler e al Project on Computational Propaganda dell’Oxford Internet Institute.

Nel corso della cerimonia Maria Ressa, già corrispondente di Cnn a Manila e ora direttore di Rappler, ha rimarcato che la responsabilità delle false notizie è da imputarsi a chi come Twitter e Facebook non si impegna a ripulire le proprie piattaforme dai contenuti infondati, artefatti o pilotati.

Philip Howard, professore di Oxford, ha invece sottolineato che non ci si deve aspettare l’autoregolamentazione o iniziative benemerite da chi fa business sulla Rete. Nel parlare di “notizie spazzatura” ha auspicato iniziative legislative che non dimentichino quanto è accaduto in occasione del referendum sulla Brexit o sull’elezione di Trump (che nel frattempo – in modo provocatorio – propone il Fake news trophy per incoronare chi la spara più grossa).

Lontano dalle dichiarazioni ufficiali, Stopfake propone casi concreti, frutto di una iniziativa lanciata a marzo 2014 da docenti e alunni della scuola Mohylianka di Giornalismo. E’ il sito che in questi giorni ha segnalato la follia dei tre milioni di visualizzazioni e delle oltre 80mila condivisioni di un video falso – reso virale da un gruppo Facebook – in cui Vladimir Putin avrebbe spiegato a Matteo Renzi la sua opinione in merito alla conduzione tecnica della nostra nazionale di calcio.

Combattere le “fake news” non è un’impresa facile ma nemmeno impossibile. La prima ricetta è senza dubbio quella del fact checking, ovvero della verifica puntigliosa dei fatti che sono narrati dal più o meno sensazionalistico articolo o post. L’incrocio dei dati può essere alla portata di tutti e richiede solo pazienza e tempo. Ancor prima, però, si dovrebbe maturare la capacità di riconoscere le fonti attendibili, ossia quelle che offrono garanzie di credibilità e che sono conosciute per le meticolose valutazioni delle informazioni a disposizione prima di pubblicare qualcosa.

In un’epoca di simil-Inquisizione, in cui i giornalisti vengono equiparati alle streghe, sarà opportuno riconsiderare l’importanza della professionalità e della serietà di chi non è necessariamente al servizio del regime come spesso si sente strillare.

Purtroppo chi vuole tenersi aggiornato – e i giovani ne sono palese dimostrazione – non passa attraverso i canali ufficiali, ma preferisce informarsi su Facebook o altri social che purtroppo sono ricettacolo di “bufale” e megafono di chi vuole confondere o ingannare l’incauto lettore.

La scuola dovrebbe guidare verso riferimenti più solidi e sviluppare capacità di analisi e senso critico. La “buona” scuola, non quella fake.

Le leggi non bastano. Il giro di vite normativo porta in tribunale non i colpevoli dell’inquinamento dell’informazione, ma chi un domani vuole emulare lo scoop goliardico de “Il Male” che più o meno quarant’anni fa voleva Ugo Tognazzi capo delle Brigate Rosse.