È il 19 aprile 2017. Quattro uomini armati di coltelli, machete, pistole e fucili arrivano a Colniza, una cittadina brasiliana dello Stato del Mato Grosso, nella Foresta Amazzonica. Hanno un obiettivo preciso: devono uccidere per terrorizzare la popolazione locale. E portano avanti il loro piano, torturando diversi abitanti di Colniza e uccidendone nove con metodi brutali.
Questo efferato crimine, conosciuto in Brasile come “il massacro di Colniza“, è stato ordinato da Valdelir João de Souza, proprietario di due aziende che commerciano legname.

Ed è infatti il risultato dell’avido accaparramento di risorse naturali preziose come l’ipê, lo jatobá e il massaranduba, ovvero alberi il cui legno pregiato è molto ricercato per la produzione mobili di lusso.

Tuttavia, a sette mesi di distanza, Souza rimane in libertà e le sue aziende continuano a operare normalmente, esportando legname in Europa e negli Stati Uniti. Il fatto che il “massacro di Colniza” resti al momento impunito fa sì che eventi come questo divengano sempre più comuni, specialmente nel cuore della Foresta Amazzonica, dove i conflitti con comunità locali e popolazioni indigene sono spesso collegati alla deforestazione illegale.

Dal Brasile, purtroppo, arrivano con sempre maggior frequenza notizie di esecuzioni, di tentativi di omicidio e di intimidazioni ai danni delle comunità che vivono nella foresta e la proteggono. Il Rondônia – un altro Stato dell’Amazzonia brasiliana – ha per esempio il triste primato del numero di omicidi di matrice ambientale: ben 21 morti registrate solo nel 2016. È proprio da Stati come Pará, Mato Grosso e Rondônia che proviene la maggior parte della produzione di legname amazzonico. Se esistesse un piano nazionale che permettesse alle comunità che abitano la foresta di gestirla direttamente, la produzione di legname diventerebbe più sostenibile, fornendo una fonte di reddito alle popolazioni locali che avrebbero quindi tutto l’interesse a proteggere questo ecosistema. Invece, chi sfrutta la foresta non la vive, considerandola solo una miniera da sfruttare.

E, come denuncia dal 2014 Greenpeace Brasile con report come Blood-stained timber, il legno tagliato illegalmente continua ad arrivare in Europa. Italia inclusa.

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