E come potevamo noi cantare
coi tacchetti del Sassuolo sopra il cuore?

Tredici partite, tredici sconfitte, scontri che di salvezza hanno ben poco, domeniche pomeriggio di sconfinata depressione, chat whatsapp fumanti di imprecazioni, televisori spenti violentemente, lacrime, telecomandi gettati dalla finestra, sbigottimenti, uscite funeree dallo stadio, teste che si scuotono, saluti tristi, birre per dimenticare.

Fra gli improperi abbandonati nelle piazze,
sull’erba dura di ghiaccio,
all’urlo nero della madre
che andava in contro al figlio allo stadio
senza maglia della salute?

Tuttavia, se c’è un aspetto dei match del Benevento in Serie A che, già da adesso, posso indicare come indimenticabile è sicuramente ciò che ho visto accadere nei minuti di recupero alla fine del secondo tempo: rigori a pioggia, pali, traverse, gol al 99esimo, rimonte improvvise, calata in capo della Var (paura!), partite di calcio che diventano partite di volley, falli, mani, spintoni, raptus, tarantolati, nevrosi, deliri, grida, corner, girotondi, strappamenti delle vesti, psicosi varie ed eventuali.

Nel caos degli ultimi istanti, se per assurdo ogni volta fosse entrata in campo correndo un’attivista Femen, completamente nuda e urlante, nessuno se ne sarebbe accorto. Di quei minuti di recupero, sempre numerosissimi e sempre infiniti, lo spettatore infatti non riesce a comprendere una mazza. L’unico dato certo è che, dopo il 90esimo, (e mai prima!) il tifoso del Benevento non deve mai cominciare a orientarsi su un pareggio poiché in quella nebbia confusa di tiri, parate e danze primordiali la squadra avversaria farà gol.

Ma come è possibile? Ma ogni volta? Ma qualcuno, a bordo campo, ci può dire cosa accade di preciso?

Poiché da qui, da questo divano, dallo stadio Vigorito ricostruito nel salotto dei nostri amici che vivono a Milano, con una bella rappresentanza dei beneventani al Nord, una sciarpa e i torroncini giallo-rossi (di già!) arrivati col pacco da giù, non è stata chiara la dinamica dell’ennesimo gol preso oltre il 90’. E soprattutto, incassato lo svantaggio, nessuno degli astanti ha avuto il coraggio di approfondire la questione. Piuttosto una voce candida ha domandato cos’altro ci fosse di buono nella scatola di vivande partita da Benevento.

Alle fronde dei salici,
per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

Ps: la sesta edizione del Premio Stregone va all’alunno di quinta che continua a scommettere, imperterrito, sulle vittorie del Benevento e che ogni lunedì mi accoglie in classe con uno sguardo un po’ di rimprovero, un po’ di tenerezza.