Esiste un collegamento tra quello che si apprende a scuola e quello che si decide nelle aule di giustizia? Assolutamente sì. Perché i giudici, e dunque la cosiddetta giurisprudenza (ossia l’insieme dei provvedimenti giurisdizionali) sono il frutto e la conseguenza del contesto socio-culturale (e ahimè anche economico) in cui si muovono e vivono i giudici. Da un lato questo è inevitabile, poiché i giudici non possono vivere in una bolla avulsa dalla realtà, non possono certo ibernarsi. E dall’altro ciò è anche necessario poiché astrarsi dalla realtà potrebbe produrre aberranti decisioni (e a volte pure capita) del tutto scollegate rispetto al contesto.

Quello che invece può apparire inquietante è quando un orientamento diviene la conseguenza di messaggi subliminali, impliciti, occulti. Faccio un esempio molto importante per la vita di tutti coloro che domandano legittimamente giustizia verso lo Stato (o enti pubblici, quali ad esempio Inps, Agenzia delle entrate, Inail, Regioni, Comuni, etc. ossia una buona parte del contenzioso tuttora pendente in Italia): il ricorrente o l’attore che vince la causa spesso subisce un trattamento disuguale quanto alle spese di lite (ossia quelle necessarie per introdurre il giudizio e quelle per pagarsi il proprio difensore) poiché il giudice invece di condannare (come dovrebbe secondo il codice di rito) lo Stato o l’Ente pubblico a pagare per intero le spese, le compensa onde evitare (implicitamente ovviamente) di (ag)gravare il debito pubblico.

In questo modo crea una enorme giustizia, facendo ricadere di fatto le spese sul privato (o anche persona giuridica) che si è dovuto tutelare. Tra gli altri esempi devo citare quello dei messaggi subliminali che compaiono pure nei libri di scuola. Il più grave certo è quello che mina il principio fondamentale di uguaglianza. Ovviamente tutti penseranno ai casi più intuitivi, ossia alla discriminazione razziale, religiosa, di pensiero. Invece vi sottopongo un caso di sessismo. Ma non, come qualcuno potrà banalmente pensare, a danno della donna, relegata secondo retrogradi pensieri, al ruolo di casalinga o badante o angelo del focolare, insomma soggetto debole. Che pure ovviamente meritano sdegno.

No, vi sottopongo un grave caso di sessismo intrafamiliare, secondo il quale si pretende che al centro della famiglia esista esclusivamente la donna/mamma. Ed a margine, al pari di un orpello, l’uomo, neanche definito come padre. La casa editrice Giunti ha creato Amici di classe, libro (diviso in 3 volumi) della prima classe e sussidiario per il primo biennio della scuola primaria, con la direzione di Maria Cristina Peccianti e Laura Valdiserra, nel quale è presente  l’esercizio La parola, leggi e collega al disegno giusto con raffigurata una “Mamma” e un “Uomo”.

E’ evidente come il messaggio sia molto sottile ma al contempo grave: il “disegno giusto” pretende che ce ne sia uno ingiusto, ovviamente quello con l’uomo. L’uomo non è affatto definito “papà”, come la logica vorrebbe essendo contrapposto al termine (e alla raffigurazione stessa) di “mamma”. E’ invece volutamente descritto come “uomo”, privo di identità paterna. Da ultimo l’uomo è ovviamente da solo, non abbraccia affatto il minore, che putacaso è una bambina (mentre avrebbe potuto essere pure di sesso indecifrabile). La mamma invece abbraccia teneramente la bambina.

Non occorre essere docenti in psicologia o in comunicazione per capire quale sia il potente messaggio che si vuole trasmettere: la mamma domina la scena; la mamma abbraccia e si prende cura della figlia; mamma e figlia dominano la scena; l’uomo non è papà; l’uomo assiste; l’uomo è marginale; il giusto disegno (divino? naturale?) è composto dall’armonia tra una mamma e una figlia.

Una lettura paranoica? Non penso affatto, poiché la mente corre subito a quello che accade ancora oggi nelle aule di giustizia in cui (tranne rare eccezioni, Tribunali di Brindisi, Reggio Calabria e solo da ultimo Milano), nello sfaldamento e nella dissoluzione della famiglia (dunque quando la coppia si scinde ma negli scissi dovrebbe rimanere sempre ben saldi il ruolo genitoriale) alla mamma (e solo alla mamma) viene riconosciuto il super potere di dominare la scena, collocandole il minore e tempi dell’85%, concedendole la casa famiglia, riconoscendole l’assegno di mantenimento (per il minore) senza alcuna rendicontazione, ignorando qualsiasi sua condotta ostativa e alienante del padre del minore.

Il padre viene così cancellato dalla scena, rimosso, marginalizzato, congelato. E dunque di fatto si distruggono i diritti bigenitoriali del minore e il diritto genitoriale del papà. D’altronde, come insegnano i libri, la mamma svetta e all’opposto c’è solo un uomo. Neanche un papà. E’ la maternal preference, signori! Negata da qualsiasi fonte internazionale e ovviamente anche dalla nostra carta costituzionale. Eppure applicata. Implicitamente e a volte anche esplicitamente. La conseguenza di tutto ciò è una società sempre più composta da soggetti disturbati (nel loro equilibrato sviluppo) poiché deprivati genitorialmente.