di Ilaria Carosi*

Lavorando da tempo nel campo delle migrazioni, ho avuto accesso a contesti di osservazione privilegiata che mi hanno permesso di riflettere, negli anni, su quante implicazioni siano sottese all’approvazione dello ius soli, il diritto di cittadinanza per i minori nati in Italia da genitori stranieri. Per chi lo reclama per sé, è un diritto che trascende gli aspetti politici alacremente dibattuti in aula e incide sul nucleo stesso dell’identità. Sembrerà banale ma non lo è. Chi in Italia nasce, cresce, riceve istruzione, chi vive e frequenta soprattutto il nostro suolo e decisamente meno quel paese che è tale solo per i  genitori, chi ha un nome che è spesso italiano, malgrado le origini, e chi in lingua italiana correntemente si esprime, spesso si sente italiano.

Anche se per lo Stato, le istituzioni e le persone che in essi si muovono non lo è. Fu interessante, anni fa, aver lasciato generica la consegna di selezionare, all’interno delle classi di alcune scuole superiori, gli studenti stranieri per gruppi di riflessione e condivisione di esperienze, nell’ambito di uno di quei progetti di integrazione e promozione dei valori dell’intercultura apparentemente cari a molti ma vuoti di senso se non corredati da un’accoglienza reale e sistemica.

In quella circostanza, le scuole ebbero un’assoluta variabilità nel considerare stranieri: i nati in Italia da genitori stranieri; chi fosse arrivato da un paese altro in una certa fase della sua vita – senza distinguere che fosse figlio di migranti, figlio italiano di adozione internazionale, minore straniero non accompagnato; coloro i quali avessero un nome straniero pur essendo italiani- figli di migranti con cittadinanza ormai acquisita, figli di una coppia mista, maggiorenni formalmente in attesa di cittadinanza.

Un caos, penserete. Piuttosto, uno scenario probabilmente adeguato a rappresentare quel che accade, in scala più grande, anche nella società. Nessuno si interrogò su quale identità i ragazzi si auto-attribuissero al di là della legge, dei documenti, delle deduzioni delle segreterie, dei tratti somatici con cui si è soliti giustificare la presunzione di un’alterità. Una delle battaglie, quella della promozione identitaria, che i giovani delle reti G2 (ossia di seconda generazione) portano avanti- da sempre- soprattutto attraverso il sostegno dello ius soli.

Esattamente come gli studenti cui ho accennato, i G2 sanno di essere considerati stranieri sempre: in Italia, Paese di cui si sentono cittadini seppur, non di rado, vittime di pregiudizi e razzismo; nel Paese di origine, dove divengono usualmente oggetto di scherno dei coetanei, a causa di scarsa o nulla conoscenza di quella che dovrebbe essere una lingua madre ma non è.

Lo “stare tra” due culture è una risorsa solo in rari e fortunati casi, mentre spesso è origine di conflitto interno e problemi psicologici di rilievo: quando ci si percepisca estranei, diversi, frammentati, scissi e quando non si accettino proprio quelle eredità culturali o fisiche che nella loro visibilità diventino anche motivo di esclusione e marginalità per chi le porti addosso. Soprattutto nella fase dell’adolescenza, quando gli equilibri tra appartenenze e separazioni sono così precari da essere costantemente sperimentati e messi in discussione, in quel processo di definizione del che passa anche attraverso la risposta alla domanda: “chi sono io?”.

Vale per tutti. Diventa un’ulteriore delicatezza evolutiva per gli stranieri che si trovino a destreggiarsi tra il comune desiderio di essere accettati (dal gruppo classe, dai professori, dalla società) e quello- concomitante- di non tradire i legami di lealtà nei confronti della propria famiglia e della propria cultura di origine. Una frattura interna dolorosa. Una frattura esterna decisamente pericolosa.

Poiché, a volte, proprio i rifiuti ricevuti hanno come possibile conseguenza l’esacerbazione di estremismi e l’adesione a gruppi che identità marcata, accettazione e appartenenza offrano e propongano con relativa facilità. E, talvolta, con esiti drammatici, agiti devianti e rabbia distruttiva nei confronti di quella società occidentale che una vera accoglienza non sia in grado di offrire, nemmeno a chi cittadino lo sia per nascita. Le banlieue francesi e i recenti attentati hanno molto da raccontarci in merito. Varrebbe la pena rifletterci.

*psicologa e psicoterapeuta