Tecnicamente dovrebbe essere la fine di un’epoca: un cerchio che si chiude. E invece la morte di Totò Riina, il capo dei capi di Cosa nostra deceduto nella notte a Parma, sembra rilanciarne un’altra di stagione: quella della ricerca della verità sulle stragi. Dal numero uno del senato Pietro Grasso, alla presidente della commissione Antimafia, Rosy Bindi, fino ai familiari delle decine e decine di vittime, il senso delle dichiarazioni battute dalle agenzia in queste ore è uno: tornare a indagare sui misteri del 1992 e ’93. Gli anni delle stragi che spazzarono via Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ma anche quelli degli eccidi contro i civili a Roma, Milano e Firenze. Il biennio al tritolo che fece da prequel alla secondo Repubblica e all’avvento di Silvio Berlusconi al potere, finito al centro di decine di processi e finora mai interamente ricostruito. Una sola è la certezza: dietro quelle bombe c’era il volto di Riina, fino all’ultimo secondo di vita capo dei capi di Cosa nostra.

Grasso: “Porta con sé misteri” – Il presidente del Senato, dunque, ricorda che Riina è stato uno “dei capi più feroci e spietati di Cosa nostra” e “la sua furia si è abbattuta sui giornalisti, i vertici della magistratura e della politica siciliana, sulle forze dell’ordine, su inermi cittadini, sulle persone che con coraggio, senso dello Stato e determinazione hanno cercato di fermarne il potere”. Dopo il suo arresto, sottolinea l’ex magistrato antimafia, “non hai mai voluto collaborare con la giustizia”. Poi, però, l’ex procuratore a Palermo ci tiene a ricordare che il boss “porta con sé molti misteri che sarebbero stati fondamentali per trovare la verità su alleanze, trame di potere, complici interni ed esterni alla mafia, ma noi, tutti noi, non dobbiamo smettere di cercarla”. Un concetto, quello dei “punti oscuri“, ribadito anche da Piergiorgio Morosini, componente togato del Consiglio superiore della magistratura. Il procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, invece sottolinea che “ora bisognerà vedere con molta attenzione  i riflessi che la sua scomparsa avrà su Cosa Nostra, per capire chi punterà a prendere il suo posto”.

Bindi: “Fare luci sulle stragi” – “La fine di Riina non è la fine della mafia siciliana che resta un sistema criminale di altissima pericolosità”, dice invece Rosy Bindi, ricordando che “Totò Riina è stato il capo indiscusso e sanguinario della Cosa Nostra stragista. Quella mafia era stata già sconfitta prima della sua morte, grazie al duro impegno delle istituzioni e al sacrificio di tanti uomini coraggiosi e giusti”. “A noi resta il dovere di cercare le verità che per tutti questi anni Riina ha nascosto – precisa la presidente della commissione Antimafia – e fare piena luce sulle stragi che aveva ordinato”. Quella “stagione drammatica”, ricorda Bindi è stata “segnata dal delirio eversivo di un uomo spietato, che non si è mai pentito dei suoi crimini efferati e non ha mai collaborato con la giustizia”.

Ingroia e De Magistris: “Restano misteri” – “Possono tirare un sospiro di sollievo i tanti potenti che in tutti questi anni hanno sempre temuto potessero venir fuori le verità indicibili su trattativa e stragismo del 1992-93: prima Provenzano e ora Riina sono morti senza parlare, portandosi nella tomba i terribili segreti di cui erano a conoscenza. La morte di Riina copre con una coltre di silenzio omertoso le malefatte di un’intera classe dirigente collusa con la mafia”, dice Antonio Ingroia, che da pm lo portò a processo sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra. “Con la morte di Riina se ne vanno parte dei segreti della recente storia criminale del nostro Paese, in particolare credo che gli italiani debbano sapere se c’è stata una trattativa tra parti dello Stato e Cosa nostra. Ma c’è ancora qualcuno che potrebbe rivelarli come il boss a piede libero Matteo Messina Denaro”, è il commento di un altro ex pm, Luigi De Magistris, sindaco di Napoli.

Maria Falcone: “Non perdono” – Proprio per questo motivo Maria Falcone, la sorella del giudice ucciso a Capaci con sua moglie e gli uomini della scorta, dice di non poterlo perdonare: “Come mi insegna la mia religione avrei potuto concedergli il perdono se si fosse pentito, ma da lui nessun segno di redenzione è mai arrivato”. Secondo Falcone, “il nostro sistema giudiziario garantisce e protegge la dignità dell’uomo – dice – Lo ha fatto anche con Riina fino alla fine, anche attraverso la decisione del ministro della Giustizia di consentire ai familiari di incontrarlo nei suoi ultimi istanti di vita”. Anche per la sorella del magistrato antimafia, vittima della stagione stragista voluta da Riina, “resta il forte rimpianto che in vita non ci abbia svelato nulla della stagione delle stragi e dei tanti misteri che sono legati a lui”.

Salvatore Borsellino: “C’è chi tira un sospiro di sollievo” – Il concetto viene esplicitato da Salvatore Borsellino: “Ci sarà chi avrà tirato un sospiro di sollievo, perché Riina porta con sé nella tomba importanti segreti”. Il fratello del giudice antimafia Paolo, ammazzato nella strage di via D’Amelio, spiega che la morte di Riina è come “una cassaforte che sparisce, dopo quella fatta scomparire al momento del suo arresto”. Il perdono? “È una parola – conclude – che non concepisco davanti a un assassino efferato”.

Familiari vittime Georgofili: “È morto il boia” – Tra le prime reazioni alla morte del capo dei capi, c’è stata quella dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili, a Firenze, nel 1993: “È morto Salvatore Riina il boia di via dei Georgofili del 27 Maggio 1993. In via dei Georgofili ha messo in atto ‘La strage del 41 bis’ come la definì il procuratore Gabriele Chelazzi: 5 morti, 48 feriti sono stati il tentativo di Salvatore Riina di far abolire il 41 bis”, scrive Giovanna Maggiani Chelli. “Tuttavia fin da quel 1993 e fino ad oggi – aggiunge – i passaggi da 41 bis a carcere normale, hanno denotato quanta forza nell’ambito dello Stato sia stata spesa per assecondare i desiderata della mafia, ma questo è un capitolo ancora tutto aperto. Stiamo aspettando un processo per capire chi aveva in quel 1993 promesso a Riina, in cambio di morti, l’abolizione del 41 bis”.  “L’arresto del boss rappresentò una vittoria dello Stato sulla mafia, lo stesso non può dirsi per la sua morte, avvenuta senza che si sia mai riusciti a fare chiarezza su alcuni dei momenti più bui della storia italiana”, dice invece Giuseppe Ciminnisi, coordinatore nazionale dei familiari vittime di mafia.

Dalla Chiesa: “Non è una morte consolatoria” – Per Rita Dalla Chiesa, conduttrice e figlia del generale Alberto Dalla Chiesa, ucciso dalla mafia nel 1982, la morte di Riina “è arrivata a 87 anni mentre gli uomini dello Stato che ha ucciso erano tutti uomini che nella loro vita non hanno potuto proseguire nei loro affetti, nei loro interessi, nello stare vicini a mogli, figli e nipoti”. Per questo, la sua scomparsa “non è consolatoria”. “Quest’uomo – continua – ha costruito un potere che non gli servirà più. Il mio dolore è banale da descrivere, ma è lo stesso che hanno provato i Falcone, i Borsellino, è lo stesso che ha provato Rosaria (Costa, moglie dell’agente Vito Schifani, ndr) quando in chiesa diceva ‘non cambiano’, e aveva ragione, ogni volta che io vedo quelle lacrime piango”.