Il papa apre sul fine vita, i vescovi un po’ meno. A giudicare almeno dagli articoli usciti in questi giorni su Avvenire, il quotidiano della Cei, diretto da Marco Tarquinio. In un articolo in risposta ad un intervento di Michele Gesualdi, ex presidente della Provincia di Firenze prima di Matteo Renzi, allievo di don Lorenzo Milani e da tre anni malato di Sla, Tarquinio contesta “questa ipotesi di legge, cioè l’articolato che nell’attuale legislatura è stato confezionato alla Camera e inviato al Senato“. Per Tarquinio “se il testo non cambiasse, non avremmo una ‘giusta ed equa legge sul fine vita’”.

Tutto è nato dall’appello di Gesualdi inviato ai presidenti di Camera e Senato perché venga accelerato l’iter per l’approvazione della legge sul testamento biologico: “Sono a pregarvi di calarvi in simili drammi e contribuire ad alleviarli con l’accelerazione della legge sul testamento biologico – dice tra l’altro – Non si tratta di favorire la eutanasia, ma solo di lasciare libero l’interessato, lucido cosciente”. Parole che non hanno ricevuto risposta dalla politica e sono state accompagnate dal silenzio della Chiesa cattolica. Ma che ora sono sostenute da un comitato nato a Firenze che riprende il messaggio di quell’appello fin dal nome (#fatepresto) e al quale hanno aderito molti tra politici, scrittori, figure della società civile, da Roberto Saviano a Rosy Bindi, l’unica peraltro dentro al Pd a dire qualcosa di incisivo (“Sul biotestamento ci ha superato perfino il Papa”).

Come previsto, Barbiana cinquant’anni dopo è diventata di nuovo simbolo di una sfida alla politica e alla Chiesa. Di fronte al dramma di Gesualdi e alle sue parole toccanti la risposta di Avvenire è stata fredda, preoccupata più di dire no alla legge che comprendere in profondità il grido di dolore dell’ex allievo di don Milani che si è soffermato nella sua lettera del punto di vista da credente: “Come tutti i malati terminali negli ultimi cento metri del loro cammino, pregano molto il loro Dio. E talvolta sembra che il silenzio diventi voce e ti dica: ‘Hai ragione tu, le offese a me sono altre, tra queste le guerre e le ingiustizie sociali perpetrate a danno della umanità. Chi mi vuole bene può combatterle con concrete scelte politiche, sociali, sindacali, scolastiche e di solidarietà'”.

Il primo ad intervenire per rispondere a Gesualdi è stato il parlamentare Gian Luigi Gigli, deputato di Democrazia Solidale, gruppuscolo della maggioranza nato dalle scissioni di Scelta Civica. Gigli, però, è anche presidente del Movimento per la vita, noto tra l’altro per le sue posizioni anti-aborto. “Caro Gesualdi – ha scritto Gigli – nessun medico potrebbe praticarti una tracheotomia contro la tua volontà. Se fossi un mio paziente, te lo dico da neurologo e da ammiratore fin da ragazzo del Priore di Barbiana, non dovresti preoccuparti di alcuna forma di ostinazione terapeutica. Tuttavia, con lo stesso affetto e sincerità ti dico che la tua lettera rischia di far del male ad altre persone in condizioni di fragilità”. Gigli si schiera contro “la strumentalizzazione” della lettera che – dice il deputato – “contiene tuttavia alcune inesattezze”. Infatti, spiega Gigli, la Sla “non toglie mai alla persona la possibilità di intendere e volere ed è proprio questo a caratterizzarla drammaticamente”. Per Gigli, dunque, non ha niente a che fare con le Dat, le dichiarazioni anticipate di trattamento. “Più propriamente dunque la tua preoccupazione ha a che fare con il consenso informato alle cure. Ma affinché la tua volontà sia rispettata non hai bisogno che sia approvata la legge. Quelle esistenti la tutelano già e nessun medico potrebbe praticarti una tracheotomia contro la tua volontà”.

Gesualdi replica a Gigli: “Sento nelle premesse e nel tono la voglia di sporcare di polemica un grido di dolore e di dignità affinché la politica svolga il suo compito con il coraggio di scegliere”. L’ex allievo di don Milani ribadisce di aver implorato i partiti in Parlamento di accelerare sul biotestamento per rispettare “la volontà del malato colpito da patologia degenerativa senza speranza di guarigione e con la quale non essere torturato con interventi invasivi”. Invece, sottolinea Gesualdi, Gigli “risponde parlando di amarezza, di strumentalizzazioni e addirittura del male che il mio appello potrebbe fare ad altri malati”. “Le sue considerazioni sulla Sla le conoscevo già, naturalmente – continua l’ex presidente della Provincia di Firenze – e le utilizza solo per dirmi che non vuole una legge. I diritti dei malati e le loro sofferenze reali passano in secondo piano. Sta qui la differenza. Io vorrei una legge a favore di chi soffre e che dia certezze anche ai loro cari, oltre ogni ideologia, lei, caro Gigli, probabilmente ‘spera di dare una spallata a un iter legislativo messo in forse dall’imminente chiusura della legislazione’ e che vada nel dimenticatoio”.

E Gesualdi risponde nel merito. Fa l’esempio di un ricovero al pronto soccorso, in crisi respiratoria e magari in stato di incoscienza: “Il medico di turno, per non avere noie con l’attuale legge che gli impone comunque di trattare il paziente, può non ascoltare i familiari e rispettare la mia volontà e praticarmi la tracheotomia. La sua risposta è un’opinione, non una certezza. Lo dimostra la posizione di altri medici, che da cattedre prestigiose come la sua sostengono pubblicamente che una legge chiara solleverebbe e aiuterebbe anche loro”. Gesualdi, dopo aver ricordato la figura di don Milani (che “ha sempre ubbidito” ma ha “sempre parlato chiaramente”), ribadisce il suo essere credente: “Anch’io ho cercato di camminare, per tutta la mia vita, nei binari dei grandi valori cattolici e tra questi c’è la difesa del dono della vita, quindi non mi troverà mai a sostenere o praticare l’eutanasia” e da chi lo fa per accorciare la loro sofferenza “dissento con doloroso silenzio perché penso che tra i comportamenti del buon cristiano ci sia quello di mettersi nei panni dell’altro.

E nella conclusione della lettera Gesualdi ribadisce il concetto: “Siamo a interrogarci continuamente per capire cosa Dio vuole da noi coi segnali che ci dà. A me ha tolto la parola e mi ha spinto a prendere la penna in mano per continuare a testimoniare ai ragazzi di oggi le scelte coraggiose di don Lorenzo raccontando la sua esperienza. E oggi trovandomi nel dolore dei malati terminali e in quello dei propri cari ho interpretato che dovessi impegnarmi a sollecitare il Parlamento ad approvare rapidamente una giusta ed equa legge sul fine vita“.

Ma la lettera di Gesualdi non resta una replica, è accompagnata da una nuova controrisposta del direttore di Avvenire, che in qualche caso si trasforma in difensore d’ufficio di Gigli, che – dice – non voleva polemizzare, perché “non è questo lo stile (né l’argomentare) dell’uomo e del cristiano Gigli, e non è lo stile di questo giornale”. Nel resto della lunghissima replica di Tarquinio il punto torna a essere il rischio di un’eutanasia mascherata “‘Mettersi nei panni dell’altro‘ significa anche e soprattutto rifiutare ogni complicità con la depressione dell’umano che invoca o addirittura fomenta la repressione della vita, e per dichiarata libertà o per più o meno dissimulata sopraffazione a una simile, definitiva tragedia conduce. Questa, in un mondo dominato dal perfettismo e dai miti di successo e di felicità del mercato globale, è la realtà con cui ci misuriamo nelle periferie dell’esistenza nelle quali tutti prima o poi c’inoltreremo”. Per questi e altri motivi, dice Tarquinio, “pare sensato che si dichiari la propria intenzione di fronte a un atto medico e che questo pesi, ma non ritengo giusto che invece si disponga, imponendo in modo assoluto (e non relazionale) a un medico, che non è un essere infallibile ma neppure un mero esecutore tecnico, di agire anche contro ciò che competenza e umanità gli consigliano”. Poi, inatteso, è giunto il messaggio del Papa e Avvenire riporta in prima pagina il parere del Sostituto alla Segreteria di Stato Angelo Becciu, secondo il quale la posizione di Francesco non è nuova. Si tratterebbe di un orientamento “che era già di Pio XII”.