“È moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà in seguito definito proporzionalità delle cure”. “Un’azione con un significato etico diverso dall’eutanasia che rimane sempre illecita”. È questo il messaggio rivoluzionario per il mondo della Chiesa che ha inviato Papa Francesco al convegno sul “fine vita” promosso dalla Pontificia Accademia per la Vita. Parole che arrivano mentre il ddl per il Biotestamento è bloccato in Senato e rischia di non vedere mai la luce: il Pontefice con questo intervento ha tolto l’ultimo alibi dell’ala cattolica in Parlamento e di chi teme le reazioni dell’elettorato a un’eventuale approvazione del provvedimento alla vigilia della campagna per le politiche. Sempre nel suo messaggio, Bergoglio ha chiesto “un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona”. Sono anni che i Radicali e l’associazione Coscioni si fanno portavoce della battaglia per l’approvazione della legge in Parlamento: per l’ennesima legislatura sembrava ormai che la proposta fosse stata affossata tra interessi contrastanti dei partiti. Nelle ultime settimane, e per la prima volta, si era levato un appello anche dal mondo cattolico: l’allievo di Don Milani Francesco Gesualdi ha scritto una lettera ai presidenti di Camera e Senato per chiedere di velocizzare il provvedimento.

Nella Lettera a monsignor Vincenzo Paglia e ai partecipanti al Meeting Regionale Europeo della World Medical Association, e citando la Dichiarazione sull’eutanasia del 5 maggio 1980, il Papa ne parla con la consapevolezza dei successi raggiunti dalla medicina in campo terapeutico e di quanto “gli interventi sul corpo umano diventino sempre più efficaci, ma non sempre risolutivi”. Una scelta, quella di sospendere le cure – procede il Pontefice, secondo quanto riporta Radio Vaticana – che assume responsabilmente il limite della condizione umana mortale, nel momento in cui prende atto di “non poterla più contrastare“, “senza aprire giustificazioni alla soppressione del vivere”. Un’azione, dunque, “che ha un significato etico completamente diverso dall’eutanasia, che rimane sempre illecita, in quanto si propone di interrompere la vita, procurando la morte”.

Per un attento discernimento, spiega infatti Francesco, tre sono gli aspetti da considerare: “L’oggetto morale, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. La dimensione personale e relazionale della vita – e del morire stesso, che è pur sempre un momento estremo del vivere – deve avere, nella cura e nell’accompagnamento del malato, uno spazio adeguato alla dignità dell’essere umano. In questo percorso – sottolinea il Pontefice – “la persona malata riveste il ruolo principale. Lo dice con chiarezza il Catechismo della Chiesa Cattolica: ‘Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità’. È anzitutto lui che ha titolo, ovviamente in dialogo con i medici, di valutare i trattamenti che gli vengono proposti e giudicare sulla loro effettiva proporzionalità nella situazione concreta, rendendone doverosa la rinuncia qualora tale proporzionalità fosse riconosciuta mancante”. Il Papa non nasconde la difficoltà della valutazione, soprattutto se si considerano le molteplici mediazioni” a cui è chiamato il medico “richieste dal contesto tecnologico e organizzativo”.

Altra preoccupazione, la disuguaglianza terapeutica “presente anche all’interno dei Paesi più ricchi, dove l’accesso alle cure rischia di dipendere più dalla disponibilità economica delle persone che dalle effettive esigenze di cura”. Da qui, la necessità di tenere “in assoluta evidenza il comandamento supremo della prossimità responsabile” con “l’imperativo categorico” “di non abbandonare mai il malato” perché, spiega ancora Francesco, la relazione “è il luogo in cui ci vengono chiesti amore e vicinanza, più di ogni altra cosa, riconoscendo il limite che tutti ci accomuna e proprio lì rendendoci solidali. Ciascuno dia amore nel modo che gli è proprio. Ma lo dia!”. In questa cornice, con la consapevolezza che non si può sempre garantire la guarigione e non ci si deve accanire inutilmente contro la morte, “si muove la medicina palliativa” che “riveste una grande importanza anche sul piano culturale, impegnandosi a combattere tutto ciò che rende il morire più angoscioso e sofferto, ossia il dolore e la solitudine”.