A riprova del catastrofico corso impresso alla politica interna e internazionale statunitense dall’ascesa di Donald Trump alla presidenza, coloro che si fossero trovati nella sede dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite l’1 novembre avrebbero potuto assistere a un discorso fatto dalla rappresentante statunitense, signora Nikky Haley, che ci riporta ai peggiori tempi della Guerra Fredda. Con la consueta arroganza, la rappresentante di un Paese che pratica la tortura, la pena di morte su larga scala e detiene il record mondiale della popolazione carceraria, ha condannato quella che secondo lei è una dittatura che priva i cittadini dei “diritti umani e delle libertà fondamentali”. Ovvero, Cuba.

In effetti, il principale torto del popolo cubano dalla Rivoluzione del 1959 in poi è stato quello di ribellarsi al destino coloniale che il governo degli Stati Uniti gli aveva riservato, conquistando a caro prezzo la propria indipendenza, sostenendo e difendendo il proprio autonomo modello di sviluppo senza cedere a pressioni e ricatti, e acquisendo una posizione di tutto rispetto sullo scenario mondiale. Gli interventi succedutisi ieri alla tribuna delle Nazioni Unite hanno per l’appunto espresso il profondo rispetto e la grande considerazione che molti governi, a volte anche lontani da Cuba per impostazioni e scelte politiche hanno voluto manifestare. Risultato: il voto di 191 Paesi a favore della risoluzione che condanna il bloqueo (l’embargo), contrari solo gli Stati Uniti ed Israele.

Sono del resto oramai quasi 25 anni, a partire dal 26 novembre 1992, che l’Assemblea generale ripete a larghissima maggioranza la propria condanna del bloqueo statunitense contro Cuba. L’anno scorso, per la prima volta, gli Stati Uniti si erano astenuti, e la rappresentante statunitense aveva anzi pubblicamente riconosciuto, come già Barack Obama del resto, l’assoluta inefficacia del bloqueo. Sconfessando il disgelo con il governo cubanoDonald Trump è tornato alle peggiori tradizioni imperiali.

Quello che i governanti statunitensi non vogliono capire è che il resto del mondo non è affatto tenuto o desideroso di ripercorrere i loro fallimentari sentieri, né a far propri modelli, ricette e ideali confezionati a Washington. Quelli che lo hanno fatto, come gli stessi Paesi latinoamericani che avevano a suo tempo accettato il cosiddetto Consenso di Washington e le sue politiche neoliberiste, ne hanno pagato un prezzo durissimo. Dal rigetto di tali politiche e dello strumento di “integrazione” regionale patrocinato dagli Usa, l’Alca, è nato il movimento di integrazione latinoamericana che ha dato vita ad Alba, Unasur e Celac, nel segno di una ritrovata autonomia e dignità per tutta l’America Latina e i Caraibi.

Fondamentale per tale processo è stato ovviamente il ruolo di Cuba, il Paese che per lunghi anni, dal 1950 alla fine degli anni Novanta, è stato praticamente l’unico a opporsi al predominio statunitense su tutto il continente americano la cui teorizzazione risale alla dottrina di Monroe del 1812. Per scongiurare l’effetto di imitazione dell’esempio cubano il governo statunitense ha tentato contro Cuba varie azioni, tra le quali lo stesso bloqueo che impedisce l’instaurazione di una situazione di normalità nei rapporti economici tra Cuba e il Resto del Mondo, come precondizione necessaria per un pieno dispiegamento delle forti potenzialità economiche del Paese. L’embargo è costato, solo per l’anno appena trascorso, ben 4.300 milioni di dollari all’economia cubana, secondo le stime rese note dal ministro degli Esteri cubano Bruno Rodriguez nel suo intervento all’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Tutti gli Stati del mondo, Stati Uniti compresi, dove la grande maggioranza della popolazione è contraria al mantenimento del bloqueo, hanno oggi interesse a sviluppare pacifiche relazioni economiche e di altro genere con Cuba, ma tali relazioni sono rese difficili e rischiose dalle leggi statunitensi che assoggettano a sanzioni chiunque osi cimentarvisi. Un atto di prepotenza e criminale arroganza, non solo nei confronti di Cuba, ma del resto del Pianeta, cui è veramente giunto il momento di porre fine.