Già la scorsa settimana la Banca d’Italia aveva reso noto il proprio Rapporto sull’economia delle Regioni, che mostrava un incremento del divario Nord-Sud nel periodo 2007-2015, segnalando un calo del Pil meridionale dell’11,9%. Il nuovo Rapporto Svimez conferma alcune tendenze che mostrano una lieve e parziale ripresa del Mezzogiorno rispetto al resto del Paese. Tuttavia, il settore primario ha mostrato un calo nella produzione di beni e servizi del 9,5% al Sud. Inoltre, il dato di esportazione dell’agro-alimentare meridionale (solo il 17,8% sul totale italiano) dimostra l’assoluta inconsistenza di certe ricette economiche che incentiverebbero la svalutazione di una moneta distinta per rilanciare il Sud.

Che, invece, sarebbe relegato a un opaco destino coloniale. I discreti dati occupazionali dell’industria manifatturiera (+1.4%) meridionale sono ancora poca cosa rispetto ai 194mila occupati persi durante gli anni della crisi (2008-2015). Il terziario mostra un aumento occupazionale di 96mila unità, frutto- secondo Svimez- della ripartenza di altri settori dell’economia meridionale. Il tasso di occupazione nel Mezzogiorno (47%) è ancora molto lontano da quello registrato nel Centro-Nord (69%) e soprattutto dalla media europea. Svimez fa osservare che l’occupazione giovanile è aumentata nel 2016 dell’1,3%.

Ma, ancora una volta, si tratta di sole 18mila unità a fronte della perdita di 622mila posti di lavoro da parte dei giovani negli anni della crisi. Aumenta, tra l’altro, l’incidenza del cosiddetto “part-time involontario” proprio al Sud, dove cresce quasi venti volte di più che nel Centro-Nord. Rispetto al 2008, il numero di occupati è inferiore del 10,5% in Calabria, del 6,3% in Puglia e dell’8,6% in Sicilia. Meglio la Campania e la Basilicata, dove il calo rispetto allo stesso anno si attesta su dati del 2,1% e 0,8%, rispettivamente. Preoccupanti i dati demografici: il peso della popolazione del Sud va riducendosi rispetto alla popolazione nazionale.

Si è registrata una perdita di 76mila unità in un solo anno. Anche gli immigrati preferiscono collocarsi al Nord, come è ovvio, date le maggiori opportunità. Svimez osserva che il Sud ha subito una trasformazione demografica importante, perdendo il ruolo di “serbatoio demografico” e mostrando un incremento dell’età media degli abitanti dell’area. Il dato povertà resta preoccupante: due dei 4,5 milioni di poveri abitano al Sud. Il doppio, rispetto al 2006. In Sicilia e Campania il rischio di povertà sfiora il 40%. Tra tutti i dati preoccupa in modo significativo, per Svimez, e anche per chi scrive, il crescente “circolo vizioso di immobilità sociale”: il 40% dei giovani la cui famiglia di origine ha bassi livelli di istruzione non consegue titoli superiori alla licenza media. Solo il 10% raggiunge la laurea.

Sicuramente il calo delle borse di studio per la incentivazione alle iscrizioni ha influito. Sono evidentemente a rischio i fondamenti della nostra Repubblica: ai “diritti politici” fa sempre meno riscontro la difesa dei cosiddetti “diritti sociali”, che consentono la piena fruizione dei primi. Penso al testo dell’articolo 3 della nostra Costituzione, sempre più disatteso al Sud, nella sostanza. Nel frattempo, la quota dei laureati al Sud scende al 14,6%.il Sud ha perso rispetto al 2006 il 22,4% degli immatricolati residenti. È il frutto della pessima ripartizione delle risorse tra le università nazionali, che per anni ha colpevolmente impoverito l’università meridionale, alimentando il cosiddetto “effetto Nobel”, che tende ad alimentare i divari anziché attutirli.

Svimez riporta dati Ocse secondo sui la spesa pubblica in Italia destinata all’occupazione terziaria rappresenta lo 0,8% del Pil (media Ue dell’1,8%, per intenderci). Il numero dei dipendenti della Pubblica amministrazione al Sud è calato di 21.500 dipendenti. Peraltro, in termini di risorse finanziarie, la spesa pro capite al Sud è pari al 71,2% rispetto a quella del Nord. Con criticità nei campi della formazione, della cultura e in ricerca e sviluppo. Nel frattempo cala l’efficienza nell’erogazione dei servizi. Di rilievo la recente inchiesta curata da Marco Esposito su Il Mattino, che ha evidenziato come la strampalata attuazione del federalismo all’italiana abbia consentito, anche quest’anno, di ripartire le risorse per le scuole dell’infanzia assegnando solo il 25% al sud, proprio dove la carenza dell’offerta è più drammatica.

È questo modo così banalmente controintuitivo di affrontare i problemi del Sud che mostra la palese insufficienza delle politiche attuate. Tra il 2007 e il 2015 è aumentata peraltro la pressione fiscale complessiva al Sud (imposte dirette + indirette), dal 29,5% al 32%. A dispetto della propaganda mediatica, la spesa pubblica al Sud è più bassa del 10,3% rispetto al Centro-Nord. Svimez denuncia una drammatica riduzione degli investimenti al Sud (spesa in conto capitale): nel 2016 hanno toccato il punto più basso con una perdita, in un solo anno, di quasi 3 miliardi di euro. Il bassissimo accesso osservato al Sud alle risorse di Industria 4.0 (12 miliardi al Centro-Nord e solo 1 al Sud) dimostra che alcune nostre proposte, apparse proprio qui, abbiano un certo senso. Al Sud serve innovare, investire su formazione, Piccola e media impresa, Ricerca e sviluppo.