Non dubitiamo affatto che Nello Musumeci, neoeletto presidente della Regione, sia una persona perbene, mai risucchiato nel calderone del disonore che in Sicilia ha dimensioni enormi. Dubitiamo però che Musumeci sarebbe potuto divenire presidente della Regione senza i voti di coloro che fino all’altro ieri, da presidente della commissione regionale Antimafia, combatteva. Era per il voto pulito, integro, eticamente indiscutibile. Ha invece imbarcato tutti, facendo finta che la realtà fosse una finzione, che le anime scure fossero chiare. E con una levata di grande ipocrisia ha derubricato la cordata degli impresentabili (un pacchetto di mischia da 140mila voti in totale) a spaccapagghiara, ladri di pollo. Sarà lui, ha confidato, a fare la giunta, a nominare e revocare. “O così o mi dimetto”.

Non si accorge, mentre afferma la propria potestà, che i fatti, e non questa opinione, sono irriducibili e all’opposizione.

Non dubitiamo nemmeno della grande performance dei Cinquestelle. Di più non avrebbero potuto fare, hanno lottato da soli contro tutti e hanno avuto un ottimo risultato. La Sicilia, del resto, è il loro punto di forza. Ieri i grillini erano tonici, sorridenti, tutto sommato felici della prova. Ci assilla il pensiero che una sconfitta così smagliante sia molto meglio di una vittoria complicata poi da reggere, perché il governo della Sicilia è rognoso, perché i comportamenti di molti siciliani, anche di coloro che non sono compresi nel pistone unico degli impresentabili, sono spesso promotori di una continua, furbesca via di fuga dalla legalità.

E ci assilla il pensiero che Luigi Di Maio, leader nazionale del Movimento, abbia voluto rispondere con il criterio omeopatico alle furberie di questo tempo proponendo una superfurbata: inchiodare Renzi su una sedia televisiva (supercapperi!) ma subito dopo schiodandolo dal trono del competitore.

Non sappiamo chi abbia suggerito la mossa e la contromossa. Sappiamo però giudicarla: pie-to-sa. Non c’era bisogno di un altro teatrante in questo teatrino. “Hai visto com’è perbene con quella cravatta?”, mi ha detto Beppe Grillo qualche giorno fa a Catania mentre lasciavamo lo stesso albergo. Ho visto. Così perbene, così a modo, senza un capello fuori posto e, temo, senza un’idea in testa.