Ci volevano un paio di figurine di cattivissimo gusto antisemita su Anna Frank con la maglia della Roma per ricordarci un’ovvietà, che va in scena ogni domenica di campionato: le curve degli stadi, a parte qualche rara eccezione, sono tendenzialmente fasciste. E ieri ne hanno voluto dare orgogliosa prova, smontando in pochi secondi due giorni di mobilitazione delle istituzioni politiche e pallonare: la loro risposta al minuto di “riflessione sulla memoria della Shoah” voluto dalla Figc e rivelatosi all’improvviso come la più classica e inutile delle foglie di fico per coprire le pudenda del calcio italiano.

Durante il turno infrasettimanale gli ultras della Lazio (ma non gli “Irriducibili”, che avevano rinunciato alla trasferta di Bologna, a dimostrazione delle dinamiche complesse interne al tifo organizzato) hanno cantato il coro fascista “Me ne frego”, con tanto di saluto romano, di fronte alle magliette commemorative indossate dai giocatori. A Torino alcuni fan della Juventus hanno preferito cantare l’Inno di Mameli e voltarsi di spalle, piuttosto che osservare il minuto di silenzio. A Roma, i tifosi giallorossi l’hanno ignorato coprendolo di cori, a Firenze qualche fischio. Altro che corone di fiori e letture di brani.

Le generalizzazioni sono sempre pericolose, ma non si scopre nulla quando si dice che le frange più estreme del tifo organizzato sono di destra, con simpatie spesso fasciste, a volte addirittura neonaziste, e comportamenti quasi sempre razzisti. È passato solo poco più di un anno, del resto, dal caso del nigeriano ucciso a Fermo da un ultrà della squadra locale. Ed è anche scritto nero su bianco nell’ultimo rapporto dell’Osservatorio nazionale del Ministero dell’Interno sulle manifestazioni sportive (datato al 2015, ma da allora la situazione non è troppo cambiata): in Italia ci sono 40 gruppi ultrà dichiaratamente orientati su posizioni di estrema destra, e 45 genericamente di destra, per un totale di circa 10mila persone. A dimostrazione che il fenomeno è molto più diffuso di quanto si sia voluto far credere negli ultimi giorni.

Prendersela solo con una tifoseria (quella della Lazio, perché connotata politicamente) è una riduzione semplicistica del problema. Ed è anche paradossale che la polemica abbia investito proprio Claudio Lotito, che nel bene e nel male è il presidente di Serie A che più di tutti ha combattuto, e a caro prezzo, i gruppi del tifo organizzato della Capitale (fino a un certo punto: poi pure fra lui e i suoi tifosi è scoppiato l’idillio). La curva dell’Hellas Verona, tanto per fare un esempio, non sarebbe da meno. O perché non parlare dei Viking della Juventus, notoriamente di destra, più volte protagonisti in passato di cori e striscioni antisemiti: per aver intrattenuto rapporti inappropriati con loro (e con altri gruppi, legati anche alla criminalità organizzata), Andrea Agnelli si è beccato un anno di inibizione. Il tribunale federale ha stabilito che “non era consapevole di trattare con dei malavitosi”, ma certo conosceva le loro tendenze politiche.

È sotto gli occhi di tutti. L’unica consolazione è che questi non sono tifosi, non hanno nulla a che vedere col pallone: sono solo una minoranza, non rappresentativa del movimento del calcio italiano. Però ci sono, e lo sanno tutti: o si decide di combatterli seriamente, e sistematicamente, con tutte le conseguenze (stadi vuoti, possibili contraccolpi economici e sociali, eventuali violenze) che ciò comporta. Oppure lo si accetta. Ma poi non ci si può indignare quando si verificano casi del genere.

Questo episodio è stato solamente più scandaloso e appariscente di quelli che accadono quasi quotidianamente negli stadi italiani (come se un’offesa antisemita valesse di più di un coro razzista contro un giocatore di colore, o di uno dei tanti striscioni di insulto agli immigrati). Invece passerà qualche altro giorno, poi le figurine di Anna Frank (che ricordiamolo, venivano dal 2013) torneranno nel dimenticatoio. Mentre quei focolai di tifo nero – sacche di reietti, isolate ma ben salde al loro posto – continueranno a bivaccare nelle curve italiane, dove in fondo non danno troppo fastidio a nessuno. Fino alla prossima ondata di sdegno collettivo, che si risveglia solo quando l’oltraggio passa la misura del pubblico decoro. In fondo aveva ragione Lotito, beccato con la sua solita, volgare schiettezza a commentare tutte le iniziative, quantomeno vuote se non ipocrite, degli ultimi due giorni: sì, è stata proprio una “sceneggiata”.

Twitter: @lVendemiale