Anna Frank passò da Auschwitz a Bergen Belsen, dove a soli 15 anni morì di tifo.
Non è decoroso che dopo tanti anni anche la sua immagine muoia di tifo.

Sono anni che sui social media dei nuovi nazisti, specie alcuni ragazzi giovani fanno i gradassi con l’immagine di questa sofferenza.
Questo fenomeno coinvolge anche un gruppo di tifosi laziali (un paio dei quali già assolti da un gip che lo scorso febbraio ha ritenuto l’epiteto “giallorosso ebreo” episodio di tifo e non razzismo), che ha rivendicato fieramente il carattere ilare della “geniale” iniziativa. Ne consegue che se i giocatori della Lazio indossassero, come sembra, la “maglia di Anna Frank” nella prossima partita di calcio, ciò dimostrerebbe che le buone intenzioni producono pessimi risultati.

Se le società di calcio sono ostaggio delle tifoserie, senza che si riesca mai a punire i responsabili, si lasci almeno riposare in pace Anna Frank, senza ucciderla nuovamente.
Lo squallore del tifo e del contro tifo limitiamolo al calcio e se i fanatici non si vuole fermarli (come ha fatto il gip citato), fermiamo almeno i dirigenti che vogliono evitare le squalifiche.
Gli ebrei morti non possono essere coinvolti anche nelle misere derive della serie A.