La guerra del grano e l’annosa polemica sulla qualità del grano di importazione rispetto a quello italiano finiscono davanti al Tar del Lazio. L’Aidepi, l’Associazione delle industrie del dolce e della pasta italiane, ha inviato una segnalazione alla Commissione Europea e presentato ricorso al tribunale amministrativo contro il decreto dei ministri delle Politiche agricole Maurizio Martina e dello Sviluppo economico Carlo Calenda per l’introduzione in Italia dell’obbligo di indicazione dell’origine della materia prima sull’etichettatura della pasta. L’obbligo, introdotto in via sperimentale per due anni, entrerà in vigore da metà febbraio 2018. Secondo i pastai il decreto è sbagliato, perché “promette trasparenza ma disorienta il consumatore” e invece di sostenere la filiera della pasta “rischia di affossarla”. Al Forum della Coldiretti, arriva la risposta di Martina in difesa del decreto: “Ci difenderemo in tutte le sedi, ci sono buoni argomenti per andare avanti”.

I PASTAI CONTRO IL DECRETO – L’annuncio del ricorso dell’Aidepi è arrivato a margine della presentazione del World Pasta Day di Milano. A spiegarne le ragioni il presidente Riccardo Felicetti, secondo cui il decreto “non informa correttamente il consumatore e rischia di far credere che ciò che conta per una pasta di qualità è l’origine del grano. E questo non è vero”. Lo sfondo è la battaglia del grano: da una parte ci sono gli industriali secondo cui la pasta italiana così come la conosciamo in Italia non potrebbe essere fatta senza una componente di grano estero, che ha una un più alto contenuto di glutine; dall’altra ci sono Coldiretti ma anche alcuni esperti del settore, secondo i quali il frumento importato porta con sé l’abbassamento dei prezzi e micotossine non presenti in quello italiano. Secondo i pastai, però, questa misura non incentiva gli agricoltori italiani a produrre grano di qualità e riduce la nostra competitività all’estero perché introduce un obbligo che comporta costi aggiuntivi solo per l’Italia e non per la concorrenza. “Siamo a favore della trasparenza verso il consumatore, e infatti – ha precisato Felicetti – avevamo mandato una nostra proposta alternativa, più semplice ed efficace, che però non è stata neppure presa in considerazione dai ministri”. Secondo le stime di Aidepi se oggi l’export pesa circa il 50% sul fatturato della pasta “con la nuova etichetta si perderà il 5-7% annuo delle nostre quote di mercato. Quanto basta per perdere, entro i prossimi 10 anni, la leadership del mercato della pasta”. A dire la sua anche Paolo Barilla, presidente di Aidepi, che ha definito “un capitolo amaro” la polemica sull’origine del grano “dove gli industriali pastai sono bistrattati per debolezza politica”.

LA RISPOSTA DI MARTINA E DELLA COLDIRETTI – La risposta del ministro delle Politiche agricole non si è fatta attendere: “Siamo pronti a difendere la scelta di trasparenza a favore dei consumatori che abbiamo fatto. In Europa lavoriamo perché si estenda ancora questo modello”. Al Furum della Coldiretti ha spiegato: “Non ci interessano battaglie di resistenza e conservazione”. Martina si è detto “allibito, rispetto le posizioni di ciascuno” e ha aggiunto: “Trovo veramente sbagliato che un pezzo dell’industria italiana produca non innovazione ma conservazione in questo modo”. Nel dibattito è intervenuta anche la Coldiretti. “Il ricorso al Tar va contro gli interessi dell’81% dei consumatori secondo la consultazione pubblica on line sull’etichettatura dei prodotti agroalimentari condotta dal ministero delle Politiche Agricole” ha sottolineato il presidente Roberto Moncalvo. Il sospetto è che si voglia “impedire ai consumatori di conoscere la verità privandoli di informazioni importanti come quella di sapere se nella pasta che si sta acquistando è presente o meno grano canadese trattato in pre-raccolta con il glifosato, accusato di essere cancerogeno e per questo proibito sul grano italiano”. Secondo Coldiretti l’obiettivo del ricorso è quello di “fermare un provvedimento contro le speculazioni che hanno provocato il crollo dei prezzi del grano italiano al di sotto dei costi di produzione”. Conseguenza ne è la drastica riduzione delle semine e il rischio di abbandono per un territorio di due milioni di ettari coltivati”.

IL MERCATO EUROPEO – Nel frattempo, a porre un’altra questione è Paolo De Castro, vice presidente della Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo: “È arrivato il momento di affrontare il tema sull’etichettatura di origine dei prodotti alimentari a livello europeo, con una proposta legislativa uguale per tutti”. Secondo De Castro pur essendo un fatto positivo che alcuni dei Paesi, Italia in testa, abbiano promosso un dibattito nazionale sull’etichettatura, non bisogna sottovalutare che ad oggi “ben otto Paesi hanno schemi nazionali differenti e tutto questo sta minando il mercato unico europeo”. Per De Caro “va bene la promozione dell’iniziativa sull’etichettatura in Italia”, ma ricorda che “le leggi italiane valgono per gli italiani e tutti i prodotti che entrano non sono normati”.