Quando studiava Economia all’Università di Trento, Andrea lavorava nella biglietteria del museo cittadino, per riuscire a pagare tutte le spese senza gravare sui genitori. Dopo un corso di specializzazione, uno stage in banca e un colloquio superato con un grande marchio della moda italiana, oggi, a 27 anni, Andrea Baldessari vive e lavora a Hong Kong, dove è stato promosso responsabile di reparto. “L’Italia? È il mio Paese, e lo rimarrà sempre”, dice. “Ricordo che era un lunedì di settembre, nel 2015, quando per la prima volta mi hanno chiesto di trasferirmi a Hong Kong – racconta Andrea – Se devo essere sincero, in quel momento, manco sapevo dove fosse”, sorride. Dopo la laurea triennale in Economia e Management, ha fatto un colloquio per l’azienda in cui lavora oggi. Così, ha cominciato a fare la sua prima grande esperienza a Mattarello, frazione alle porte di Trento. Poi, dopo un anno, il trasferimento.

“Ho risposto d’istinto, senza esitare, accettando. Sapevo che quell’occasione era per me importante”. Una crescita lavorativa, certo. Ma anche umana. Cultura diversa, lingua diversa, clima diverso: l’impatto dei primi mesi a Hong Kong è stato complicato. “Ma ho tenuto duro – ricorda Andrea –. L’azienda e la mia famiglia mi sono state vicino, mi hanno fatto capire il valore di quel tipo di esperienza”.

Un cambio notevole passare dal desk di un museo all’altra parte del mondo. “I ritmi qui procedono spediti – sorride il giovane trentino – Dovendo lavorare a stretto contatto con l’Italia, siamo impegnati lungo tutto l’arco della giornata, anche nel tardo pomeriggio. Siamo così sempre pronti a intervenire in caso di necessità”.

Per Andrea questo è un ambiente ideale, stimolante: un’ottima palestra di vita. Anche se completamente diverso rispetto a quello italiano. “Se vogliamo parlare di tutele dei lavoratori, qui non si hanno le garanzie che un posto a tempo indeterminato ti dà in Italia. In più – continua – le ore di lavoro giornaliere e settimanali sono molto superiori rispetto a quelle italiane. E di ferie ce ne sono pochissime”. Il turnover del personale è molto elevato anche a causa di una forte offerta di lavoro, “soprattutto per i lavoratori residenti – conferma Andrea – mentre per gli expat non è così semplice”. Cade, così, l’attaccamento – anche affettivo – all’azienda (“ma non è il mio caso”, ci tiene a precisare Andrea): si va, insomma, alla ricerca del salario migliore. “Tutto è incentrato sul lavoro perché si vuole dimostrare attraverso il proprio tenore di vita e attraverso i titoli ricevuti la persona che si è diventati”. E durante il tempo libero Hong Kong offre tante possibilità di svago: “Spesso la ricolleghiamo solo ai grattacieli, ma le alternative sono molto più ampie”. Tante escursioni da fare, e poi le spiagge dove “l’acqua è molto limpida”, le gite in barca o semplici brunch con gli amici nelle giornate di pioggia. “A Hong Kong si trova tutto, bisogna saper trovare il proprio equilibrio”.

Il futuro? Dopo due anni passati nella perla cinese, Andrea sta tirando le somme. Per il momento è riuscito a stabilizzarsi in una città dal territorio poco più piccolo della Val d’Aosta e con più di 7 milioni e mezzo di abitanti (secondo l’ultimo censimento). “Se sono qui è grazie all’inglese e alla forza di volontà: due qualità che non devono mai mancare se vuoi arrivare lontano”.

E l’Italia? Andrea non accantona l’idea di tornare. E la considerazione del suo paese resta alta: “Ci sono persone che una volta emigrate denigrano la loro terra e non ne vogliono più sentir parlare. Non è il mio caso”. Il ritorno, però, passa anche da un’autocritica. “Sicuramente il contesto è molto difficile, e spesso una volta terminato il proprio percorso di studi non è facile collocarsi nel mondo del lavoro”. Ma per Andrea, “un po’ di colpe ce le abbiamo anche noi giovani: manca, a mio modo di vedere, spirito di adattamento, specie nel collocarsi in realtà diverse da quelle per cui hanno studiato. Prima di puntare il dito contro il sistema – continua – bisognerebbe avere maggiore onestà, umiltà, voler mettersi in discussione, anche se l’ambiente non è quello desiderato”. Concludendo con un concetto molto semplice: “Se aspetti il lavoro ideale, allora puoi anche aspettare tutta la vita”.