C’è chi, come la capogruppo di Sinistra Italiana Loredana De Petris, sente parlare di cinque voti di fiducia. I pronostici al momento dell’incardinamento della riforma elettorale in Senato parlavano di tre voti di fiducia, come accaduto alla Camera. Ce la facciamo senza fiducia, assicurano dal Pd. Cosa accadrà quindi al Rosatellum nei prossimi giorni? Il governo porrà di nuovo la questione di fiducia (e sarebbero due volte per lo stesso iter, su 4 totali nella storia repubblicana)? La verità si conoscerà probabilmente già lunedì quando ricominceranno i lavori sul Rosatellum. La commissione Affari costituzionali del Senato, infatti, riprenderà in mano i 179 emendamenti presentati per modificare la legge. Quasi tutti sono stati firmati da parlamentari dei Cinquestelle, di Mdp e di Sinistra Italiana. Altri da senatori del Misto e del gruppo di centrodestra Gal. Ma qualcuno anche da esponenti del Pd e della Lega Nord, partiti che formano il quartetto di forze politiche che sostengono il sistema misto maggioritario-proporzionale.

“Non firmi la legge elettorale” gridano al presidente della Repubblica Sergio Mattarella da una folla festante a Siena. Di certo la questione della costituzionalità non sarà l’eventuale impiego della fiducia. Il presidente Piero Grasso ha risposto al Fatto Quotidiano che farà di tutto per convincere la maggioranza e il governo ad evitare uno strumento che taglia il diritto di parola e di partecipazione nella scrittura della legge, peraltro su una questione così importante come le regole elettorali. Ma la situazione è più che delicata perché il tempo stringe, è vero, ma – per paradosso – mettere la fiducia potrebbe essere controproducente per chi sostiene il Rosatellum.

Il punto centrale è che, anche se al Senato non esistono i voti a scrutinio segreto, i quattro contraenti dell’accordo per la riforma (Pd, Ap, Fi e Lega) devono fare di tutto per far uscire la legge dal Senato integra, esattamente come è uscita dalla Camera. Altrimenti la riforma deve tornare alla Camera. E qui, come in un circolo vizioso, tornano i voti segreti, torna la necessità di un voto di fiducia che farebbe venire giù l’iradiddio delle opposizioni e sarebbe controproducente a livello comunicativo a ridosso delle elezioni politiche.

Il Partito Democratico avrebbe un secondo motivo, più convincente, per non mettere la fiducia. Cioè il paradosso che gli mancherebbero i voti di Forza Italia e Lega Nord e senza Mdp i numeri della maggioranza traballano parecchio perché le truppe dei verdiniani di Ala – in passato lealissimi quando c’era da fare da stampella – ora si sentono sempre meno vincolati al renzianesimo.

Ma, viceversa, non mettere la fiducia significa discutere ed esaminare circa 180 emendamenti sia in commissione sia al Senato. E’ già deciso che qualunque cosa accada in commissione, la riforma elettorale passerà all’esame dell’Aula il 24 ottobre. Ed è già deciso anche che il 27 – dopo tre giorni – deve cominciare la sessione di bilancio. Tutte date non rigide, che possono essere cambiate in corsa, ma che rivelano la volontà della maggioranza che appoggia la legge elettorale. Peraltro – senza che nessuno lo dichiari apertamente – Pd, Fi e Ap vogliono approvare la legge elettorale prima delle elezioni in Sicilia del 5 novembre.

Lo spazio, come si vede, è simile a una strettoia, senza contare che i contrari alla legge (Mdp, Si, M5s), anche se sono in netta minoranza, non molleranno un centimetro e che le voci che si oppongono alla legge si moltiplicano anche da livelli autorevoli, a partire dal presidente emerito e senatore a vita Giorgio Napolitano. Sulla carta la maggioranza può contare addirittura su 220 voti su 320, con un margine di sicurezza di una sessantina di voti.

Ma per capire il destino della legge bisognerà aspettare strategie e controstrategie parlamentari che riguardano perfino lo stesso numero legale dell’assemblea di Palazzo Madama. Gli stratagemmi in mano alla maggioranza ci sono. Per esempio, in caso di fiducia, si può far pronunciare il numero sufficiente di sì sotto il banco della presidenza anche con la sola maggioranza che sostiene Gentiloni senza far mancare il numero legale: basterà che una decina di senatori di Fi si metta in congedo per abbassare il quorum, oppure che 10-15 rimangano in Aula e si astengano (per far superare l’asticella del numero legale e incassare l’ok definitivo. I numeri in questo caso striminziti: i partiti di centrodestra uscirebbero dall’Aula, i partiti di maggioranza potrebbero mettere in campo 140 voti, gli oppositori del Rosatellum (M5s, Mdp, Si, altri ex M5s) non sarebbero sufficienti. Questi ultimi potrebbero pure loro uscire per far mancare il numero legale. E quindi a quel punto qualcuno del centrodestra potrebbe astenersi. Ma bisogna ricordarsi che Ala è di manica larga.