Sono di qualità inferiore e si pagano meno. Così le bici elettriche cinesi stanno invadendo il mercato europeo grazie a costi inferiori rispetto a quelli di produzione, resi praticabili dai sussidi statali di Pechino e dai costi del lavoro troppo bassi. In altre parole: concorrenza sleale. Ma i nostri produttori non ci stanno, forti di una tradizione importante, tanto da essere stati proprio loro gli inventori prima della pedalata elettricamente assistita e, più di recente, della tecnologia del motore elettrico centrale. Nei giorni scorsi la European Bicycle Manufacturers Association (Ebma), che rappresenta i costruttori di biciclette europee, ha annunciato la presentazione alla Commissione europea di una denuncia contro i sussidi di Pechino, chiedendo l’applicazione di misure anti-dumping (già esistenti per le bici tradizionali dal 1993) che dunque combattano l’esportazione a prezzi molto più bassi di quelli praticati sul mercato interno cinese o addirittura sotto costo.

Secondo i recenti dati dell’Ancma, l’Associazione nazionale ciclo motociclo e accessori, che riunisce le aziende italiane costruttrici di veicoli a due e a tre ruote, infatti, solo in Italia nel 2016 le biciclette elettriche vendute sono aumentate del 121,3% rispetto al 2015. I dati confermano una crescita che, però, ora potrebbe venire minacciata dall’invasione delle bici cinesi. “Le importazioni di e-bike da Pechino sono ormai esplose” ha dichiarato il segretario generale dell’Ebma Moreno Fioravanti, sottolineando che si è passati “da quasi zero nel 2010 a un livello probabile di oltre 800mila nel 2017”, con “le importazioni nei primi sette mesi del 2017 che hanno già superato l’intero volume d’importazione del 2016”.

UN MERCATO IN CRESCITA – Non è un caso se aziende motociclistiche come l’italiana Fantic Motor si sono cimentate nella realizzazione di propulsori elettrici o se la scorsa estate, alla fiera tedesca Eurobike, Pirelli ha presentato in anteprima mondiale, Cycl-e, la gomma per bici elettriche. In tutta Europa nel 2016 sono state prodotte circa un milione di e-bike, con un aumento del 13% rispetto al 2015, ma se ne sono vendute il doppio, prevalentemente cinesi. E se in alcuni Paesi, come Belgio e Olanda oltre la metà delle biciclette vendute è elettrica, anche in Italia il mercato è in crescita. Nel 2016 ne sono state acquistate 124mila esemplari. Sono cresciute anche le esportazioni italiane nel settore, passate dalle 3.400 unità del 2015 alle 8mila del 2016, mentre la produzione è passata da 16.800 a 23.600 pezzi. Ma se, secondo le stime di Technavio, specialista inglese nell’analisi dei flussi commerciali, le vendite a quota 33,8 milioni di unità nel 2016 arriveranno a 45,2 milioni del 2021 (con un tasso di crescita annuale composto del 6%), a giocare un ruolo di primo piano sarà proprio la Cina. Di fatto dal 2009 oltre novanta grandi città cinesi hanno disincentivato l’utilizzo dei ciclomotori a combustione interna. L’effetto? Secondo i dati raccolti dall’americana Navigant Research, nel 2016 la Cina ha rappresentato oltre il 90% del mercato mondiale. Sarà anche la crescita attesa in Europa Occidentale e nel Nord America a far levitare, secondo le previsioni, il giro d’affari globale da 15,7 ad almeno 24,4 miliardi di dollari entro il 2025. Ma in questo scenario non possono passare inosservati i numeri di Pechino.

L’INVASIONE DI E-BIKES DALLA CINA – Intanto perché ad oggi sulle strade delle città cinesi circolano tra 150 e 200 milioni di biciclette e scooter elettrici e se nel 2016 la Cina ha prodotto 51 milioni di e-bike, ne sono state vendute sul mercato nazionale 28 milioni. Il resto è stato esportato. Legittime le preoccupazioni dei produttori europei. “Nel 2016 – ha ricordato Fioravanti – le importazioni europee di biciclette elettriche erano aumentate del 40% rispetto all’anno precedente, arrivando a 430mila, mentre per il 2017 c’è una previsione di vendita di oltre 800mila esemplari di bici cinesi”. A prezzi stracciati, inferiori anche dell’80% rispetto a quelle europee. Prezzi possibili proprio grazie ai sussidi versati dal governo cinese che hanno un peso che va dal 30 al 50% del prezzo del prodotto da esportare. La politica di Pechino potrebbe rappresentare un grave colpo per un settore che, in Italia, si stima occupi tra dipendenti diretti e indiretti circa 90mila persone. Un settore nel quale grandi aziende, ma anche nuove e più piccole realtà stanno investendo risorse nello sviluppo di biciclette sempre più innovative e performanti sotto il profilo della sostenibilità.

“Le e-bikes europee sono le migliori del mondo perché investiamo ogni anno un miliardo di euro per rinnovare e migliorare i modelli – ha affermato Moreno Fioravanti, segretario generale dell’associazione – ma qui ci sono dei sussidi che generano un esubero di capacità produttiva da parte della Cina e che si traducono in un dumping ai nostri danni. E senza legittime misure di difesa commerciale, la produzione europea rischia di essere spazzata via entro pochi anni dall’industria cinese, che supera la domanda interna di 23 milioni di pezzi”. Ora la Commissione Europea deve decidere entro fine ottobre se far partire un’indagine in seguito alla denuncia dei produttori europei che hanno chiesto che i sussidi del governo cinese vengano puniti anche retroattivamente. Un’eventuale indagine potrebbe prendere anche 15 mesi di tempo, mentre le possibili misure antidumping potranno essere varate dalla Commissione nel giro di nove mesi. Non è il primo scontro tra Unione europea e Cina nel settore che è diventato strategico per Pechino, dato che quello dei veicoli a nuova energia è tra le dieci industrie su cui si punta nel Piano Made in China 2015. Non è un caso se a Milano, per restare in tema di biciclette, i due operatori privati di bike-sharing, Mobike e Ofo, sono proprio cinesi.

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