Che le cose non andassero bene lo sapevamo già da sole, prese come siamo da giornate sincopate e sul filo della follia, fatte di accompagnamenti di figli a scuola, spesa, pulizia della casa, lavoro quando c’è, compiti, cena, organizzazione della vita familiare in tutti i suoi aspetti. Ma il fatto che l’Ocse, in un rapporto sulle competenze dei lavoratori italiani presentato a Roma, certifichi che la condizione della popolazione femminile italiana sia grave è in un certo senso consolante, dal momento che almeno qualche organismo internazionale ricorda a chi ci governa, e non solo, la sofferenza delle donne italiane. Sofferenza che, anzitutto, è dovuta all’assenza di lavoro: siamo al quartultimo posto tra i 35 paesi sviluppati – sì, quartultimo – per percentuale di donne occupate. A farne le spese sono non solo le giovanissime, che almeno hanno ancora qualche chance di scegliere la formazione giusta, o di ri-orientarsi verso dove maggiore è la richiesta, ma soprattutto le donne sotto i cinquanta, quelle alle prese, appunto, con l’ormai impossibile conciliazione tra lavoro e maternità.

Che scarseggiasse, infatti, il lavoro a tempo determinato, quello che meglio permette di avere figli, come dicono i dati, è cosa arcinota. Ma che, come rivela il rapporto, manchi anche il lavoro flessibile è cosa meno conosciuta all’opinione pubblica, visto che quest’ultima lo associa per errore al lavoro precario e malfamato, mentre in tutta Europa il lavoro flessibile è quello in cui la flessibilità si coniuga alle tutele e a uno stipendio decente. Da noi, invece, non c’è vero lavoro flessibile, ma lavoretti di bassa qualità, senza alcuna protezione e che soprattutto rendono qualche centinaio di euro al mese (quando va bene). Cifre che non rendono conveniente – è una vecchia storia – lavorare piuttosto che stare a casa, visto che le baby sitter sono carissime e gli asili, ricorda il rapporto, non ci sono, anzi ci sono ma costano tantissimo (dai 500 euro in su).

Ma le donne che in questi anni stanno crescendo dei figli, o comunque hanno tra i trenta e i cinquant’anni, sono sfortunate anche per un altro motivo. Come spiega il rapporto, che è anche un’analisi anche delle competenze dei lavoratori italiani rispetto all’offerta di lavoro, queste donne sono vissute e si sono formate in uno sfortunato intermezzo. Un periodo in cui ancora ci si continuava a laureare in quelle materie umanistiche che un tempo davano sbocchi, eccome (insegnamento, concorsi pubblici), ma senza sapere che presto quelle lauree sarebbero state del tutto svalutate. Così queste donne, e parliamo di intere generazioni, o finiscono per restare disoccupate – e quando si è laureate la disoccupazione pesa molto, molto di più – oppure vengono occupate in mansioni che nulla hanno a che fare con gli studi: il che non sarebbe un problema, se non fossero mansioni di bassissimo livello. Lo si vede nella vita di tutti i giorni, dove ormai è facilissimo incontrare donne che fanno lavori umili o comunque semplici e che hanno nel cassetto lauree, master, specializzazioni che mai useranno. Una formazione culturale che certo non va sprecata – chi ha una cultura lavora comunque diversamente da chi non ce l’ha – ma che se fosse integrata da altre competenze più richieste, attraverso una formazione che le donne spesso cercano ma non trovano, e che sarebbero ben disposte a fare, potrebbe portarle a fare ben altre cose e con maggiore gratificazione.

L’altro aspetto che lo Skills Strategy Diagnostic Report – Italy 2017 sottolinea è il fatto che le donne sono percepite come “assistenti familiari”, nel senso che svolgono la maggior parte del lavoro domestico non retribuito. Un’affermazione che sembra dire una cosa scontata, ma che a pensarci bene invece, nel 2017, è molto pesante: perché nonostante i ruoli all’interno della famiglia italiana si stiano modificando, specialmente rispetto alla cura dei bambini, quando si tratta di passare lo straccio o stendere una lavatrice sono sempre loro, le donne, a doversene occupare, come se il tempo non fosse passato. La quantità di lavoro domestico svolto è solo leggermente diminuita, visto che  la maggior parte delle donne – ma non tutte, come risulta da una piccola indagine che feci tra conoscenti di vari livelli sociali – ha una signora delle pulizie. Ma siccome i soldi mancano, ormai la si prende solo per poche ore, magari una volta a settimana. E comunque si tratta di un aiuto che viene ancora concepito, dai mariti come dai parenti, come un aiuto “per lei”, dando per scontato, appunto, che siano le donne a doversi occupare delle faccende domestiche. Così quelle che “non lavorano” spendono la giornata a occuparsi delle centinaia di incombenze della casa e dei figli, un lavoro micidiale per il quale non ricevono reddito, e sono costrette pure a chiedere ogni giorno i soldi al marito per comprare il pane ma anche le calze. Mentre quelle che lavorano, o hanno un lavoro precario, o cercano un lavoro, sono comunque costrette a conciliare queste attività pesanti e spesso frustranti con la cura della casa e dei bambini (e in questo caso sono pure fortunate, perché oggi sono in molte a dover rinunciare a figli pure molto desiderati). E anche loro chiedono soldi ai compagni, perché se è vero che la crisi le ha fatte diventare in alcuni casi “bread winner” della famiglia la differenza tra gli stipendi maschili e femminili resta ancora abissale.

Il rapporto parla di molto altro ancora. Della scarsità di laureati in Italia, del fatto che quando ci sono i laureati svolgono mansioni sotto dimensionate e di routine, della mancanza di un vero orientamento per i giovani che scelgono gli studi, del disallineamento della domanda e dell’offerta di lavoro, che in Italia è una piaga storica che non guarisce mai. Ma i dati più amari, non c’è dubbio, riguardano le donne. Non si tratta di fare il piagnisteo, ma di chiedere che un dolore, troppo nascosto anche dai media, venga riconosciuto: l’Italia è troppo piena di madri colte e formate che vivono giornate di fatica e frustrazione – e spesso disperazione – perché vorrebbero lavorare. E di madri meno colte che si spaccano la schiena e spesso non si rendono neanche conto che la divisione dei compiti a casa è iniqua, convinte come sono che non lavorando devono sobbarcarsi tutto il lavoro di cura, dei bambini e della casa. In tutto ciò, le misure prese dalla politica per queste donne sono ridicole. Né davvero nessuno si pone realmente il problema di come valorizzare un capitale immenso ma inutilizzato, se non negli inascoltati convegni sul lavoro femminile e il Pil. Ecco perché l’Italia resta in fondo. Ed ecco perché lo slogan “schiave e disoccupate”, che suona forse un po’ polemico, non si discosta troppo dalla condizione reale delle donne italiane. Tra le più sfortunate, come dicono i dati, del continente europeo.