“Da qui non può entrare. C’è l’ingresso per le donne”, dice uno dei fedeli alla turista, col velo, che insieme al marito si trova nell’atrio d’ingresso della moschea di East London, una delle più antiche della capitale britannica. Non è venerdì, giorno di preghiera. Lei torna indietro e si avvia verso l’entrata laterale. “Fratello, stai sbagliando. Lei può stare qui”: un volontario della moschea va verso di loro e il tour improvvisato per i due visitatori, può iniziare. La moschea di East London occupa 900 metri quadrati e ha perfino una palestra al suo interno. Ogni edificio è accorpato all’altro: tre piani per il nucleo originario (aperto nel 1941), cinque per il centro culturale islamico, mentre lo stabile riservato alle donne (il Maryam centre inaugurato nel 2013) è di sei piani. Il progetto è di espandersi ulteriormente lungo White Chapel Road, via multietnica della parte est della città (dove il 45% dei residenti è musulmano), dopo l’acquisto di un immobile per 1,5 milioni di sterline comprato un anno fa dai proprietari della sinagoga che sorgeva lì accanto.

“Questa non è solo una moschea, ma è un centro servizi per la comunità. Ogni settimana arrivano in media 30mila fedeli. Il nostro slogan è: Un posto per incontrarsi, un posto per imparare, un posto per festeggiare”, spiega a ilfattoquotidiano.it Juber Hussain, responsabile del settore Coesione sociale della comunità. E in effetti l’organizzazione è capillare: ci sono insegne ad ogni piano come in un moderno centro commerciale, sale da affittare per feste nuziali, meeting e cene di gala; poi una biblioteca, aule studio e un laboratorio di design interno. “Qui stampiamo magliette e anche tazze (a tema religioso, ndr), libri per la preghiera e volantini”, dice uno dei cinque addetti. Allo sportello ‘accoglienza’ del secondo piano del Maryam Centre la parete di sinistra è un collage di depliant colorati: “Non perdere la raccolta di beneficienza del venerdì”, “A chi rivolgersi in caso di problemi familiari”, “Stai cercando una scuola islamica per tuo figlio?”, solo per fare alcuni esempi. O quello che sponsorizza “il mese della resistenza” nell’Hayaa fitness: una palestra da 25 sterline al mese (circa 28 euro) rigorosamente separata per uomini e donne. “Abbiamo anche iscritti non musulmani, soprattutto tra le donne che preferiscono la nostra sobrietà – dice Hussain – mi è capitato di vedere palestre dove mancavano le porte alle docce. Qui c’è un altro ambiente”.

E’ un tipo di moschea molto diverso da quelle italiane: qui lavorano come dipendenti (dagli addetti alle pulizie agli insegnanti) circa un centinaio di persone. Nel 2016 la East London Mosque ha ricevuto donazioni per 1,6 milioni di sterline, ma entrate complessive per 3,6 milioni (dati della Commissione delle associazioni britanniche). “Qui non riceviamo solo donazioni, ma abbiamo un modello sostenibile: facciamo business attraverso l’affitto delle sale o le tasse scolastiche che pagano le famiglie per iscrivere i figli qui”, spiega Hussein sostenendo che le attività all’interno del centro abbiano contribuito anche a “rivitalizzare la zona di Tower Hamlets”, attirando piccoli commercianti e catene di supermercati.

All’interno della moschea ci sono servizi di welfare: dalla consulenza dell’Imam per problemi coniugali ai piccoli aiuti economici per chi è in difficoltà (5 sterline attraverso il servizio Social charity, con possibilità di chiedere cifre superiori, se adeguatamente documentate). “Spesso una moschea fornisce anche servizi non strettamente religiosi. Un altro esempio simile alla East London Mosque, è la moschea di Ghamkol Sharif a Birmingham”, spiega a ilfattoquotidiano.it Innes Bowen, autrice del libro Medina in Birmingham, Najaf in Brent. Inside British Islam (Hurst&Company). “Ma è inusuale per una moschea essere così ben attrezzata come la East London Mosque. E senza dubbio, avere una palestra all’interno di un centro islamico, è inusuale”. Ma c’è anche chi guarda con sospetto alcuni ambienti in apparenza molto ‘moderni’: è in una palestra ad esempio (lo Ummah Fitness Centre) che si incontrarono i tre attentatori del London Bridge cinque giorni prima della strage, in cui morirono otto persone.

“Il nostro è un ambiente aperto. Organizziamo anche visite per i non musulmani, non c’è un registro qui per segnare le persone”, spiega Hussein quando gli chiediamo come si sono comportati dopo che Shamima Begum, una foreign fighter 15enne (due anni fa) era stata riconosciuta come una frequentatrice della moschea di East London. “Non era un membro attivo della moschea. Questo non è un posto dove si insegna l’odio”. Il centro islamico è pieno di telecamere ad ogni ingresso. Le sale preghiera hanno schermi da cui è possibile vedere quello che dice l’Imam nella sala principale. Anche le donne seguono le orazioni e le lezioni del sabato (l’equivalente della catechesi per i cattolici) dal monitor del terzo piano del Maryam Centre. “Una donna può pregare anche a casa, non è obbligata a venire qui”, ci spiega un’impiegata del centro. Moltissime di loro in realtà arrivano con i figli più piccoli, che per la maggior parte del tempo provano a sottrarsi alla preghiera, giocando nel corridoio. La moquette, c’è anche lì.

@frahammers

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