E così sono tutti felici e contenti. Il problema dell’acqua di Roma si è risolto con accordo e tripudio generale del Ministero dell’Ambiente, della Regione Lazio, della sindaca di Roma e dell’Acea: niente razionamenti, abbiamo scherzato; possono continuare i prelievi dal lago di Bracciano, ma, sia chiaro, in forma ridotta e poi, sia sempre chiaro, cesseranno alla fine dell’estate, quando, si spera, torneranno le piogge.

Ricapitoliamo. Appena tre giorni prima, Nicola Zingaretti, presidente della regione Lazio, aveva ordinato lo stop ai prelievi di Bracciano paventando, in caso contrario, un disastro ambientale (“abbiamo sette giorni per evitare la catastrofe”), con relative responsabilità anche penali; immediatamente spalleggiato dal ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti (“C’è da scongiurare innanzitutto un danno ambientale per il lago”). Acea aveva reagito agitando lo spettro del razionamento dell’acqua a Roma, la sindaca Virginia Raggi aveva chiesto a Regione e Acea di “fare il possibile per assicurare l’acqua ai romani”.

 

Subito dopo avevamo appreso che, come prevedibile, la Procura di Civitavecchia, su denuncia dei sindaci lacuali, aveva aperto un’indagine sui danni eventualmente provocati al lago dai prelievi, ipotizzando, come preconizzato da Zingaretti, il delitto di inquinamento (e disastro) ambientale ed indagando Acea. E a questo punto che succede? Nessun problema, cambiamo le ordinanze: non ci sarà nessun razionamento perché i prelievi dal lago possono continuare pur se in forma progressivamente ridotta.

Francamente, mi sembra che si sia veramente toccato il fondo.

In sostanza, infatti, il problema viene risolto sulla carta, senza fare niente di concreto, autorizzando la violazione di quanto disposto dalla normativa in materia e, in particolare, delle prescrizioni secondo cui l’Acea può prelevare acqua dal lago ad usi potabili solo se assicura comunque il mantenimento delle escursioni del livello del lago nell’ambito di quelle naturali e non superando il livello idrometrico minimo stabilito. Prescrizioni, entrambe, abbondantemente già violate.

Insomma, si risolve il problema autorizzando, pur se temporaneamente, una violazione di quelle prescrizioni di tutela del lago di Bracciano che costituivano il fondamento della ordinanza di sospensione di Zingaretti.

A questo punto, però, una domanda si impone. O il presidente della regione Lazio, paventando un disastro ambientale, aveva procurato un allarme ingiustificato oppure oggi, rimangiandosi l’ordinanza e autorizzando la continuazione dei prelievi dal lago, si è assunto consapevolmente l’eventuale responsabilità di contribuire ad un disastro ambientale da lui stesso annunciato.

La risposta dovrebbe venire dalla Procura di Civitavecchia che, ovviamente, dovrà, in primo luogo, accertare lo stato di salute del lago di Bracciano e l’incidenza dei prelievi Acea sul delicato ecosistema lacuale. Ai fini di verificare l’esistenza dei reati ipotizzati, dovrà cioè accertare se i prelievi Acea hanno apportato, in concomitanza con la siccità, “un contributo causale per la verificazione di una compromissione o un deterioramento significativi e misurabili […] dell’acqua […], di un ecosistema, della biodiversità, anche agraria, della flora o della fauna” (delitto di inquinamento ambientale); oppure – fatto più grave – di una “alterazione irreversibile dell’equilibrio di un ecosistema o l’alterazione dell’equilibrio di un ecosistema la cui eliminazione risulti particolarmente onerosa e conseguibile solo con provvedimenti eccezionali” (delitto di disastro ambientale).

Ma, a prescindere dalle indagini della Procura, un fatto è certo. In questa allucinante vicenda all’italiana, dove tutti sono contenti e si danno pacche sulle spalle, l’unico che rischia e ci rimette comunque è il lago di Bracciano (con la sua popolazione ed il suo ecosistema), oggi ridotto dalla siccità e dai prelievi ai minimi termini.

E allora, bisogna chiedere, a voce alta e forte, che qualcuno – in primo luogo, la regione Lazio – ci dica su quali studi e quali pareri sono stati adottati gli ultimi provvedimenti che hanno consentito ulteriori prelievi di acqua in una situazione ambientale che tre giorni prima veniva definita prossima al disastro.

In altri termini, su quali basi scientifiche e su quali dati relativi all’attuale stato di salute del lago di Bracciano, si è ritenuto che il prelievo di 400 litri al secondo (invece di 900), possa allontanare l’evocata catastrofe ambientale? Insomma, come si fa ad autorizzare il prelievo di 200, 400, o 900 litri al secondo se non si è in possesso di alcun elemento idoneo a prevederne l’impatto su un ambiente delicatissimo di cui non si conosce l’attuale stato di salute?