di Giusy Cinquemani

In questi giorni, in contesti diversi, mi è capitato di pensare, parlare e discutere, rischiando anche di litigare, sulla pervasività dell’uso dello smartphone nonché sugli effetti di tale abuso. Qualche settimana fa, Giuliano Castigliego, su il Sole 24 ore, riprendeva uno studio in cui si indagava e confermava la riduzione delle nostre capacità di concentrazione e di risoluzione dei problemi a causa dello smartphone.

Tutti possiamo facilmente osservare che non ci sono attività, situazioni o incontri in cui quel dispositivo si spegne volentieri e volontariamente. Qualora lo si faccia, perché costretti, lo si setta sulla modalità silenzioso o vibrazione, lasciando comunque a contatto con pelle o a portata di mano. Potremmo dire che non c’è attività, situazione o incontro che ci faccia sentire di volere essere proprio in quella attività, situazione o incontro. A lavoro, a casa, in famiglia, in riunione, in viaggio, con il partner, con i proprio genitori, con i propri figli, con gli amici, con i colleghi, si rimane connessi con il resto del mondo, o meglio, in attesa che il resto del mondo si faccia vivo con noi.

Forse perché mentre si lavora potrebbe arrivare una nuova offerta di lavoro? O perché mentre si è con la propria madre potrebbe chiamare il proprio figlio? E mentre si è col proprio figlio si potrebbe essere cercati dalla propria madre? E mentre si è con gli amici a cena, altri ancora potrebbero contattarci? Insomma non si è mai del tutto dove ci si trova.

Una prima decodifica di tali comportamenti potrebbe essere quella classica del desiderio che per sua natura sfugge: non siamo dove vorremmo veramente essere; non facciamo il lavoro che vorremmo veramente fare; non siamo col partner, o con gli amici che avremmo veramente voluto. Pertanto saremmo in attesa di quello che lo psicoanalista Christopher Bollas, ne L’ombra dell’oggetto (1987), definisce oggetto trasformativo, quello che da solo cambia il senso della vita intera.

Lettura che sembra non adatta a quello che siamo diventati, gente non ingenua e fortemente desiderante cui tanti oggetti riempiono la vita: lavori, amori, amici, viaggi, interessi e così via. Peccato però che quando siamo in loro presenza nessuno di essi merita la nostra attenzione esclusiva, nessuno di essi sembra valere la pena di essere veramente vissuto. Sollecitati e autoindotti ad un multitasking continuo e ad un uso disturbato dell’attenzione, come scrive Byung-Chul Han in diverse sue opere, tra cui La società della stanchezza (2010), in cui l’ascolto, lo sguardo, l’affetto, il pensiero, viene continuamente sollecitato e dirottato altrove, su altri oggetti, su altro da noi, altro da ciò che noi abbiamo desiderato, scelto, cercato, trovato e non ancora perduto.

@GiuCinque

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