Oggi la medicina sembra non essere più libera di esprimersi quale forza illuminante e trainante nella società a causa del suo pressoché totale asservimento al mercato farmaceutico, che agisce in nome del massimo profitto e non certo per filantropia. L’attuale discussione da tifoseria calcistica tra fautori e contrari all’obbligo di un numero eccessivo di vaccinazioni è oggettivamente un comportamento antiscientifico che lontano dall’etica.

L’unica evidenza di questa situazione è la perdita di credibilità dell’intera classe medica italiana che non è stata in grado di rappresentare un faro di sicurezza etica oltre che scientifica per i pazienti italiani. Come non rilevare, infatti, le contraddizioni della strenua difesa della razionalità scientifica del decreto in un settore come quello della microbiologia dove la maggiore preoccupazione dell’Oms non è la ricerca sui vaccini quanto quella sugli antibiotici?

L’industria farmaceutica privata, con i suoi “opinion leader” in gran parte pagati come primo stipendio dallo Stato italiano, punta a soddisfare i bisogni di cure innovative sulle malattie croniche di decenni. Non ha interesse a fare ricerca sugli antibiotici, il cui uso può protrarsi al massimo per qualche mese.

Oggi circa il 92% delle sperimentazioni cliniche in corso riguarda malattie cronico-degenerative come il cancro e le patologie cardiocircolatorie. Non più del 3% del totale comprende le sperimentazioni su nuovi farmaci per curare le malattie infettive. Veramente vogliono farci credere che non esistono possibilità di ricerca in questo campo della medicina?

Tra pochi anni perderemo il vantaggio in termini di allungamento della vita media sul pianeta che ci è stato donato dalla scoperta della penicillina. Nessuno ricorda più che, per favorirne la diffusione durante la seconda guerra mondiale, lo scienziato Fleming rinunciò alle royalties del brevetto; al contrario oggi non ci si vergogna a recuperare molecole fuori brevetto, di fatto beni comuni dell’umanità intera, per imporre incrementi di prezzo sino ad oltre il 1500%, al solo scopo di ottenere il massimo profitto dalle esigenze di salute del mercato.

E’ di questi giorni la notizia della scoperta “scientifica” di una situazione incrementale di “financial toxicity” anche in Italia, legata all’eccessivo costo dei farmaci oncologici, specie quelli sotto brevetto: la conseguenza è il 20% di mancata guarigione per incapacità di sostenere le cure necessarie, a fronte dell’80% degli Usa dove però lo Stato non si fa carico del costo ingentissimo e francamente eccessivo dei farmaci innovativi ed oncologici.

Il programmato incremento di circa 1 miliardo l’anno per il Servizio sanitario nazionale pubblico nel triennio 2017-2019, per ben il 90% circa, è infatti assorbito da farmaci oncologici sotto brevetto, farmaci innovativi e vaccini; soltanto un misero dieci per cento viene destinato a migliorare l’organico del personale sanitario che si prende realmente cura dei pazienti (dati Il Sole 24 Ore). Il bilancio sociale di un IRCCS oncologico pubblico, come il mio, già nel 2012 dichiarava il 52% della spesa per i beni e i servizi (farmaci e presidi) e soltanto il 48% per il personale.

Risulta evidente, quindi, quello che già si sta registrando con la nuova legge sui vaccini: abbiamo i vaccini ma non abbiamo sanitari a sufficienza che li somministrino. Oggi la scienza viene usata come strumento per scelte economiche e politiche non sempre dettate da un reale vantaggio per la salute pubblica. A Napoli, nel 1973, ben un milione di cittadini furono vaccinati contro il colera in soli tre mesi senza alcun obbligo di legge: quella medicina pubblica che fu la colonna portante del nostro sistema sanitario nel Dopoguerra, per eccesso di scienza e per carenza di etica, forse non esiste più.