“Il governo che formerò lavorerà per mantenere il Paese sicuro e protetto, dando alla polizia e alle autorità i poteri di farlo”. Le prime parole dopo la striminzita vittoria ottenuta alle elezioni che avrebbero dovuto consegnarle un mandato forte per affrontare la Brexit, Theresa May le pronuncia a Downing Street dopo aver ottenuto dalla regina Elisabetta l’autorizzazione a formare il governo con gli unionisti nord-irlandesi del Dup. “La Gran Bretagna adesso ha bisogno di certezze. Adesso mettiamoci a lavorare, Let’s work!”, ha concluso la premier. Come se nulla fosse. Come se quella di giovedì notte fosse stata una sconfitta come tante altre.

Il primo ministro conservatore ha sfidato le urne, ma non ha trovato l’investitura forte che sognava per completare la trattativa per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea ed è stata costretta a trovare un alleato di governo. Il voto è stato un vero e proprio terremoto politico, “un’umiliazione“, scrive la Bbc: i Conservatori sognavano il plebiscito e l’aumento dei loro seggi alla Camera dei Comuni per distanziare gli avversari del Labour, ma si sono fermati a quota 318 seggi, 12 in meno rispetto al Parlamento uscente e 8 di quelli necessari ad avere la maggioranza assoluta. I laburisti di Jeremy Corbyn sono arrivati addirittura a 261, con un risultato tra i migliori di sempre. Così per evitare le dimissioni della May e formare il nuovo esecutivo, in nottata i Tory hanno stretto un accordo con gli unionisti nord-irlandesi del Dup – che hanno conquistato 10 seggi – per formare il governo: “La premier ha parlato con me stamattina e avvieremo discussioni con i conservatori per esplorare come possa essere possibile portare stabilità al nostro Paese in questo periodo di grande sfida”, ha detto leader del partito Arlene Foster.

“Volevo un risultato diverso, rifletterò su quanto è accaduto”. Puntavo “a una maggioranza più ampia e il risultato non è stato ottenuto”, ha ammesso nel pomeriggio la premier davanti alla telecamere della Bbc, dichiarandosi “dispiaciuta” verso “i candidati, i deputati uscenti e i sottosegretari” non rieletti che “non meritavano di perdere il seggio”. May evoca poi un “momento critico per il Paese”, confermando l’impegno a “formare un governo nell’interesse nazionale”: “serve “certezza per i negoziati sulla Brexit che iniziano fra 10 giorni”. Nel tardo pomeriggio Downing Street ha confermato che il ministro degli Esteri Boris Johnson, quello degli interni Amber Rudd, il cancelliere dello Scacchiere Philip Hammond, il ministro della Brexit David Davis e il ministro della Difesa Michael Fallon resteranno al loro posto. “Stasera non saranno fatte altre nomine”, ha fatto sapere il governo.

Tra le sorprese c’è anche l’esclusione del partito euroscettico Ukip (0 seggi). Chi osserva con attenzione le evoluzioni è l’Unione europea: le trattative per la Brexit infatti dovrebbero cominciare fra soli 11 giorni, ma nel nuovo scenario tante sono le condizioni da tenere in considerazione. Il commissario Ue al Bilancio Guenther Oettinger ha già detto che “la Brexit rischia di ritardare”. La May ha fatto sapere di non voler rimandare i negoziati, ma potrebbe non bastare. Il presidente del Parlamento Ue Antonio Tajani ha dichiarato: “La hard Brexit esce sconfitta dalle urne”.

“May ha perso tutta la sua autorità e credibilità“, ha commentato Nicola Sturgeon, leader dello Scottish National Party, che esce comunque ridimensionato dalle urne, passando da 56 a 35 seggi. La ‘first minister’ ha inoltre sottolineato che i Tory devono abbandonare l’atteggiamento “sprezzante” mostrato finora sulla Brexit e ha ribadito la volontà del suo Snp di collaborare con gli altri partiti.

I risultati – I risultati del voto politico in Gran Bretagna consegnano al partito conservatore di Theresa May 318 seggi in Parlamento, dove ne perde 12 e non raggiunge la maggioranza assoluta. Il Labour di Jeremy Corbyn ne ottiene 261 (29 seggi in più). Manca il risultato nella circoscrizione di Kensington a Londra dove è testa a testa tra la candidata conservatrice, Victoria Borwick, e quella laburista, Emma Dent Coad, e il conteggio è stato sospeso. Il risultato è atteso più tardi nella giornata di oggi o addirittura domani. Brusca frenata per gli indipendentisti scozzesi di Nicola Sturgeon che perdono 21 deputati fermandosi a 35. Dodici seggi ai Lib-Dem (+4), mentre gli unionisti nordirlandesi del Dup ottengono 10 seggi (+2) e proprio su di loro i Tory potrebbero contare per formare un governo.

Da segnalare il fatto che sono tanti i nomi di peso dei Conservatori che restano fuori dal Parlamento. Ce l’ha fatta per un pelo ad esempio Amber Rudd, ministra degli Interni e fedelissima della premier May, che è stata rieletta nel collegio di Hastings and Rye con una risicata maggioranza di 346 voti (un crollo rispetto ai 4.796 del 2015). Non è andata bene invece al coautore del programma della premier, nonché uno dei suoi luogotenenti, Ben Gummer, sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Con lui fuori anche il sottosegretario al Tesoro, Jane Ellison, e quello allo sviluppo internazionale James Wharton. Tutti sconfitti dal Labour. Infine, hanno perso il loro posto in parlamento anche Gavin Barwell, sottosegretario all’edilizia e Robin Wilson, alla cultura.

I Labour: “La politica è cambiata. Ora May se ne vada” – Chi festeggia in questo momento è Jeremy Corbyn che supera così le difficoltà e le critiche degli ultimi mesi e, grazie a una buona campagna elettorale, porta a casa un vero successo. Il suo messaggio contro l’austerità ha sfondato soprattutto tra i giovani e il partito ha beneficiato anche dell’aumento dell’affluenza. Forte del risultato, il leader Labour ha chiesto il passo indietro della May: “Ha perso sostegno”, ha detto nel suo primo intervento pubblico a risultati ancora parziali, “ha perso seggi e ha perso voti, io credo sia abbastanza perché se ne vada”. Ha quindi aggiunto: “La politica è cambiata, la gente ha fatto capire di non poterne più di austerity e tagli ai servizi pubblici, ma ha votato per la speranza”. Il partito laburista ha fatto sapere in mattinata di essere pronto a dar vita ad un governo di minoranza. A dichiararlo è stato il portavoce Labour e cancelliere-ombra John McDonnell. “Abbiamo sempre detto – ha dichiarato a SkyNews – che qualunque fossero le circostanze, siamo pronti a servire gli interessi del paese e siamo pronti a dar vita ad un governo. Nella nostra posizione sarebbe un governo di minoranza”.

La crisi dentro i Tory: “La Brexit dura nella spazzatura” – La leader dei Tory per il momento ha respinto le ipotesi di un passo indietro e alle 13.30 (ora italiana) andrà dalla Regina a chiedere l’autorizzazione a formare un nuovo governo. Nella notte ha dichiarato che la Gran Bretagna “ha bisogno di un periodo di stabilità” e i Tory lavoreranno per garantirla. Con un tremito nella voce, ha quindi insistito sulla necessità di attuare la Brexit e di difendere “l’interesse nazionale”. “Il partito Conservatore”, ha detto, “farà il suo dovere qualunque sia il risultato finale delle elezioni”. Ma non è così facile perché arrivano le prime velate richieste di dimissioni anche dall’interno del Partito conservatore. La premier “dovrebbe considerare ora la sua posizione”, ha detto alla Bbc, Anna Soubry, deputata anti-Brexit e da tempo voce critica nei confronti di May, rieletta d’un soffio dopo un primo annuncio ufficioso che l’aveva data per sconfitta. Una frase che tutti gli osservatori in studio hanno interpretato come un benservito. Ironico il commento di William Hague, ex leader Tory, che ha scritto: “Il nostro partito è una monarchia temperata dal regicidio”. L’ex cancelliere conservatore George Osborne ha invece parlato a Itv, dicendo: “La Brexit dura è finita nella spazzatura stanotte”, e “May sarà probabilmente una dei ministri rimasti in carica per meno tempo nella nostra storia”.

Ue: “Tempi Brexit ritarderanno” – Arrivano anche le prime reazioni a livello europeo. A esprimere perplessità è il commissario al Bilancio dell’Unione europea, Guenther Oettinger, che si dice dubbioso sul fatto che i negoziati della Brexit possano iniziare in tempo dinanzi a un ‘parlamento sospeso’. Parlando all’emittente Deutschlandfunk, il Commissario ha infatti sostenuto la necessità di avere come interlocutore, nel processo di divorzio dalla Ue, un governo forte e stabile, laddove un partner debole potrebbe portare a un risultato negativo. Più cauto il commissario europeo agli Affari economici e finanziari Pierre Moscovici: “Non è stato un referendum-bis, la Brexit si farà”, ha detto, ma ha anche specificato che il risultato del voto britannico “cambierà forse un certo numero di cose. Ci sarà senza dubbio un impatto sullo spirito dei negoziati, sul dato politico, ma l’apertura dei negoziati non è in discussione”. Ha quindi ribadito che che le trattative si terranno “su una base ferma, ma amichevole”. Effetti ci sono stati anche sui mercati. La sterlina, dopo il crollo subito dopo gli exit poll di ieri sera, è data in calo su tutte le principale valute mondiali dopo l’esito delle elezioni. Una situazione che renderà difficile la governabilità del Paese. La sterlina è scesa a 1,269 dollari (-1%) e a 139,8 yen giapponesi (-0,8%). Si rafforza a sua volta l’Euro sulla moneta inglese, che tocca gli 0,88 pound (+1,08%).

La stampa: “Choc, sbando” – “May e la Brexit allo sbando” e ancora “Scommessa-boomerang di May” oppure, a sottolineare l’incertezza dovuta a un parlamento senza maggioranza, “incubo” e “caos”: sono i titoli e le parole scelte oggi dai principali quotidiani del Regno Unito per descrivere l’esito delle elezioni. A puntare sul “disarray”, lo sbando e lo scompiglio, è ‘The Independent’. Che sottolinea come la sconfitta per la May sia giunta ad appena 11 giorni dall’avvio dei negoziati tra Londra e l’Unione Europea su Brexit. Il nesso con l’esito del voto, segnato pure dall’avanzata dei laburisti di Jeremy Corbyn, è al centro di editoriali pubblicati anche su altri giornali. Decisi a evidenziare che le elezioni, anticipate di due anni, si siano trasformate per la premier in un “incubo”. Lo scrive anche ‘The Times’, storico foglio conservatore, che sottolinea come la May oggi abbia chiesto “un periodo di stabilità” proprio mentre Corbyn le chiedeva di dimettersi. Secondo il ‘Guardian’, quotidiano progressista, le chiavi di lettura sono la crescita del Labour nel Sud e il rifiuto degli elettori di dare alla premier “un forte mandato personale per negoziare Brexit”. A prendere atto della disfatta conservatrice è poi anche ‘The Sun’, uno dei tabloid più venduti, che nei giorni scorsi aveva preso apertamente le parti di May. Le parole chiave sono ancora “Hung Parliament” e poi “Jazza”, il nomigliolo affibbiato a Corbyn, il nemico già accusato di voler aprire le frontiere favorendo i terroristi: per lui un solo aggettivo: “entusiasta”.