È stata una campagna elettorale strana, che ha preso strade impreviste. È partita con l’intenzione della premier Theresa May di allargare il suo consenso prima dei difficili negoziati su Brexit. Si è conclusa con i negoziati quasi dimenticati, con un Paese che deve affrontare la minaccia e l’enigma del terrorismo e una premier che, fino a qualche settimana fa certa della vittoria, si trova ora in affanno politico e con una credibilità personale ai minimi storici.

Tutti i maggiori sondaggi, a poche ore dal voto, danno i conservatori in vantaggio. La media è di sette punti a favore del partito di Theresa May; ed anche se, come ha detto l’americano Nate Silver, “i sondaggi inglesi sono noti per la loro scarsa accuratezza”, non dovrebbero esserci vere sorprese. I conservatori sono probabilmente destinati a conquistare la maggioranza. A questo punto però, per loro, il dato è soprattutto politico. Se queste elezioni dovevano essere l’occasione per rinsaldare la loro presa sulla società inglese, la sfida è infatti sostanzialmente persa.

Prima ci sono stati una serie di errori e voltafaccia sul programma, che hanno mostrato una certa confusione e la sostanziale debolezza della leadership di May. L’inciampo più significativo è stato quello sulla cosiddetta “dementia tax”. Nel manifesto conservatore era contenuta una misura che avrebbe fatto pagare agli anziani, dopo la loro morte, una tassa per ripagare delle cure ricevute a casa. Di fronte alla generale sollevazione – la misura andava tra l’altro a colpire i settori più anziani dell’elettorato, quelli tradizionalmente più vicini ai Tories – il partito di May ha fatto una veloce marcia indietro, annunciando un tetto ai contributi che gli inglesi saranno chiamati a pagare.

L’inciampo più significativo è stato quello sulla cosiddetta “dementia tax

Se a questo si aggiungono altre oscillazioni – su energia, immigrazione, tasse -, oltre a una scarsissima capacità di Theresa May di parlare agli elettori e sostenere un dibattito (la premier non ha voluto incontrare direttamente il suo rivale, Jeremy Corbyn), si capisce come questa campagna sia stata una sostanziale battuta d’arresto nelle ambizioni dei Tories. A complicare le cose è poi ovviamente arrivato l’attacco terrorista al London Bridge. Mentre sono ancora da chiarire falle e responsabilità di polizia e MI5, un elemento appare preoccupante ai fini di questa campagna elettorale. Theresa May è stata Home Secretary dal 2010 al 2016. In questi anni, i fondi per la polizia e la sicurezza sono stati tagliati del 18 per cento – proprio nel 2010 May acconsentì alla richiesta di tagli che le veniva dal Tesoro. Si è così passati da 144.353 agenti nel 2009 a 122.859 nel 2016. È calato il numero delle forze dedicate a prevenzione e contro-terrorismo. Gli strumenti di analisi e indagine non sono stati aggiornati. Quella scelta si rivela oggi poco preveggente – e le procura gli attacchi dei rivali politici, per esempio di Jeremy Corbyn, che chiede le dimissioni di May per i tagli alla sicurezza.

Theresa May è stata Home Secretary dal 2010 al 2016. In questi anni, i fondi per la polizia e la sicurezza sono stati tagliati del 18 per cento

Nelle ultime ore, dopo la strage al London Bridge, la premier ha reagito annunciando misure draconiane in materia di sicurezza: maggiore facilità di espulsione per i cittadini stranieri sospettati di terrorismo; restrizioni di movimento, associazione, accesso a Internet per i sospettati di nazionalità inglese; prolungamento del periodo di detenzione senza formalizzazione dell’accusa; aumento dei controlli sui social media. Ma la Gran Bretagna ha già una legislazione particolarmente severa in termini di terrorismo e le richieste di May sembrano un modo disperato per riprendere il controllo. Comunque vada, questa campagna si è rivelata per lei particolarmente negativa. Se la sua promessa era stata quella di una “leadership forte e stabile”, le cose non le hanno dato ragione. La probabile vittoria elettorale non sarà, con ogni probabilità, una vittoria elettorale.

Il leader laburista Jeremy Corbyn arriva invece al voto in apparente buona salute politica. Ha fatto quello che gran parte dei media, dei conservatori ma anche dei suoi stessi compagni di partito, pensava non fosse in grado di fare: costituire un avversario serio e temibile per Theresa May. Corbyn ha costruito un programma politico che non ha paura di rifarsi all’impostazione tradizionale del partito laburista: un forte intervento pubblico in economia (con la creazione di una banca d’investimento nazionale, la rinazionalizzazione del sistema ferroviario e la transizione al pubblico di quello energetico); maggiori investimenti nel sistema sanitario e nell’educazione; aumento delle tasse per le imprese; riduzione del budget della Difesa.

Corbyn ha costruito un programma politico che non ha paura di rifarsi all’impostazione tradizionale del partito laburista

Il manifesto di Corbyn è stato attaccato dai conservatori e da molti analisti perché non avrebbe reale copertura finanziaria; la destra blairiana del suo partito si è tenuta prudentemente sullo sfondo, in modo da non nuocere ma nemmeno accreditare un programma che non condivide; e Corbyn è stato oggetto di furiosi attacchi da parte di stampa e politici tories, che vedono in lui l’emblema di una sinistra ideologica e internazionalista, che non sa che aumentare la spesa pubblica e che ha costantemente preso posizione con i nemici dell’interesse nazionale (Boris Johnson, l’ex sindaco di Londra e attuale segretario agli esteri, ha accusato Corbyn di essere stato nel passato un sostenitore dell’IRA e di Hamas e di mettere a repentaglio, con le sue posizioni anti-nucleari, la sicurezza del Paese).

Nonostante attacchi e un certo scetticismo, Corbyn è andato avanti. È apparso sicuro nei confronti televisivi e aggressivo e convincente nei comizi pubblici. È piaciuta la fedeltà alle sue idee e il coraggio di opporsi a un sistema economico che produce povertà ed emarginazione. Alla fine Corbyn è diventato una sorta di Bernie Sanders inglese: un politico che non ha dietro la struttura del suo partito, che non ha paura di rivendicare ideali apertamente di sinistra, che a un’età non più giovanissima riesce a conquistare il consenso delle fasce più giovani dell’elettorato. Restano, per lui, molti dubbi e dilemmi. Nelle ultime ore Diane Abbott, segretario agli Interni “ombra” dei laburisti, si è dimessa; ufficialmente per ragioni di salute, in realtà i rapporti con Corbyn erano tesi da tempo. Il leader laburista continua anche a non avere un vero e solido appoggio nel Labour e molti lo attendono alla prova effettiva del voto. Se il distacco da May sarà significativo, Corbyn dovrà, nonostante la brillante campagna, tirare le conseguenze della sconfitta e forse abbandonare. Se il risultato sarà buono, dovrà invece porsi il problema di eventuali alleanze e della gestione del futuro laburista. Impresa non facile per un politico che ha sempre dato il meglio di sé nella critica e nell’opposizione a governi e sistema.