Quando ho ascoltato Renzi, all’assemblea nazionale del Pd, pronunciare quelle tre parole, “lavoro, casa e mamme, per indicare i tre punti strategici da cui far ripartire il Paese, mi sono chiesta: ma lo ha detto davvero? Lavoro e casa lo abbiamo sentito tante volte, ma mamme proprio no, per lo meno non in questi termini, non con questa declinazione così confidenziale e neo melodica e non di certo dal palco dell’assemblea nazionale di un partito.

Quell’eccezione mammesca dell’agenda politica, affiancata all’altra grande emergenza italiana, il lavoro, mi è tornata in mente dopo aver letto la notizia del licenziamento di una neo mamma appena rientrata dalla maternità . Fino a qui, ahimè, niente in regola ma nulla di nuovo, in un Paese dove la maternità viene considerata solo in termini di costi aziendali e ricadute produttive. Solo che, in questo caso, per quella mamma trentenne è scattato lo sciopero immediato di tutti e 230 lavoratori delle fabbrica dove era impiegata. Ribadisco: 230 colleghi hanno incrociato le braccia per una sola collega. Senza preavviso e senza indugio, hanno presidiato i cancelli del posto di lavoro, restituendo in un gesto tutto il significato perso alla parola maternità.

Essere mamme, in Italia, non è mai stato facile. Ma oggi sembra essere ancora più difficile perché ci predono per il culo. Ci fanno sentire un priorità su tre, uno dei punti chiave da cui far ripartire il Paese, ci fanno entrare dalla porta d’onore sul palcoscenico della politica, ma poi ci cacciano dalla finestre dei luoghi di lavoro. La verità è che, per parlare di “mamme”, bisogna ripartire dalla parola ‘tutela’. Tutela del proprio ruolo e della propria condizione, qualunque essa sia, perché le condizioni di vita sono mutevoli, all’interno di un contesto lavorativo che deve saperle accettare. Le domande da porsi sono semplici e dirette: com’è stato possibile licenziare una neo mamma appena rientrata dalla maternità? Quali leggi lo hanno permesso e di quali tutele godeva lei, se non delle braccia incrociate dei suoi 230 colleghi?

La verità, invece, è che questo Paese non tutela: né le donne lavoratrici, in primis, che guadagnano sempre e comunque meno rispetto agli uomini, né le mamme lavoratrici, imprigionate in una scelta obbligata tra lavoro o figli, per non parlare delle libere professioniste, il cui lavoro viene considerato un hobby, uno sfizio da togliersi. Lo racconta bene l’ultimo rapporto sulla maternità pubblicato da Save the Children. Si chiama le Equilibriste e fotografa l’immagine di una maternità funambola dove chi lascia il lavoro alla nascita del primo o del secondo figlio lo fa per non cadere nel vuoto.

E allora, per far ripartire il Paese, accanto alle parole lavoro e casa, non parliamo di mamme ma di maternità. Perché essere mamme è una condizione, mentre la maternità è un diritto.

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