E’ un personaggio davvero unico il nostro giovanissimo ex-premier, perché nei tre anni della sua totalizzante guida del potere nazionale in qualità di capo del governo e capo del partito di maggioranza, gli è riuscita in pieno solo la non facile impresa di “combinarne una più di Bertoldo”, ovvero di “toppare” nella sostanza tutti i suoi obiettivi e in aggiunta di riuscire strada facendo a sfasciare il suo stesso partito. Comunque non sembra che questa sia propriamente una di quelle imprese utili a un leader politico per ricandidarsi immediatamente al vertice assoluto.

La guida del partito, rimasto nel frattempo orfano non solo del suo leader, ma anche di una gran parte dei suoi ex leader (incapaci di condividere questa marcia verso il disastro già annunciato dai suoi stessi elettori nelle batoste elettorali del 2016), è (formalmente) vacante da mesi ormai, ma lui prosegue imperterrito nella sua rincorsa al primato, ansioso solo di tornare a impossessarsi di quell’inebriante potere mai ottenuto prima in Italia da un esordiente istituzionale di primo pelo.
Non ha capito niente!

Molti (io compreso) gli avevano riconosciuto, durante il suo triennio al vertice, notevoli doti personali unite ad una lunga militanza politica, ma anche notevoli lacune di maturità, divenute palesi quando, dopo la pesante sconfitta nel referendum costituzionale, non si è sentito in dovere di mantenere la parola data di dimettersi da tutte le sue cariche.
Un politico che non mantiene la parola data diventa automaticamente inaffidabile per il resto dei suoi giorni in politica. A meno che ad un certo punto si fermi e ammetta onestamente di averlo fatto per debolezza e inesperienza e si tiri da parte almeno per qualche anno.

Lui invece non solo non lo ha fatto seriamente, ma addirittura pretende ora di tornare immediatamente alla guida del suo partito, dopo i disastri già combinati, sperando di ripetere lo stesso “blitz” che gli è riuscito quattro anni fa quando, partendo dalla conquista della segreteria del Pd e da un accordo col partito di Berlusconi (il celeberrimo “Patto del Nazareno“, i cui contenuti sono tuttora a insaputa degli elettori), si è trovato improvvisamente catapultato al vertice politico e istituzionale del paese dopo aver fatto piazza pulita di un legittimo governo (Letta, ndr) guidato dal suo stesso partito (al quale nella fase della trattativa segreta aveva promesso che avrebbe mantenuto la fiducia. Vi ricordate la frase “Enrico stai sereno?”).

Come può sperare che, dopo tanti voltafaccia e promesse mancate, e dopo una politica fondata similmente più su grida da “perecottari” di manzoniana memoria che su seri programmi da statista avveduto, possa ancora trovare i numeri non tanto per conquistare la posizione di Segretario Pd (gioco facile per chi gioca in casa e ha già requisito le chiavi di ogni porta o anfratto!), ma possa sperare che un numero cospicuo e sufficiente di elettori gli dia ancora quella maggioranza in Parlamento con la quale governare il paese con o senza alleati?
Uno con la sua intelligenza non può non averlo capito.

E allora i casi sono due: o a lui interessa soltanto il potere e per riconquistarlo non esita a mettere a rischio il futuro dell’intero paese oppure fin dall’ inizio operava già col sostegno e per interessi diversi da quelli che il Partito democratico nominalmente sostiene.

In entrambi i casi è lui che se ne deve andare, non gli altri. E deve farlo prima che l’elettorato, costretto dalla sua ambizione e dalla sua miopia democratica, volti massicciamente le spalle al partito che lui si ostina a voler guidare.

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