Bruno Cacace e Danilo Calonego, liberati la notte tra i 4 e il 5 novembre, erano stati rapiti lo scorso settembre a Ghat, nel sud della Libia, al confine con l’Algeria. Liberato anche Frank Boccia, italo-canadese sequestrato con i due italiani. Secondo una fonte di sicurezza libica di alto livello i due tecnici sarebbero stati liberati attraverso un’operazione di intelligence portata in atto dal Consiglio Presidenziale.

Con.i.cos., l’azienda impegnata tra Mondovì e Tripoli – Danilo Calonego, 66enne della provincia di Belluno e Bruno Cacace, 56enne residente a Borgo San Dalmazzo (Cuneo), lavorano come ingegneri per la società italiana Con.i.cos. (Costruzioni internazionali contratti) di Mondovì, attiva dal 1977 con lavori importanti nel settore edile in Italia e all’estero. Le commesse di Conicos sono legate all’ingegneria civile, a strade e autostrade. Fondata da Celeste Bongiovanni e Giorgio Vinai, nel 2011 l’impresa è stata rilevata interamente da Vinai e, come si legge nel sito della società, ha concentrato le sue attività sulle opere civili e infrastrutturali in Libia. Fra i progetti portati a termine quelli di Tobruk, Derna, El Beida e Bengasi. Due le sedi centrali della società, quella di Mondovì e quella di Tripoli.

Dubbi sul pagamento di un riscatto – Lo scorso mese il sito web Middle East Eye, citando fonti della sicurezza algerina, aveva parlato di un riscatto di 4 milioni di euro per il rilascio dei prigionieri, che sarebbero stati detenuti in Algeria. La zona dove sono stati rapiti – tra Ghat e Taharat, due oasi nel Fezzan – è nota per essere presidiata dagli uomini di al-Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqim), in particolare dagli uomini di Mokhtar Belmokhtar.

A confermare il possibile coinvolgimento di al Qaeda era stato il colonnello Ahmed al Mismari, portavoce delle Forze armate libiche di Khalifa Haftar, che nei giorni immediatamente successivi al rapimento aveva affermato che “i due italiani rapiti nel sud-ovest della Libia sono stati sequestrati da una banda criminale e dietro c’è il marchio di Al-Qaeda”. Ipotesi, questa, rigettata da Komani Muhammad Saleh, sindaco di Ghat, località dove lo scorso settembre era avvenuto il rapimento.

“Non è stata Al Qaeda ma un gruppo fuorilegge -aveva detto all’agenzia Aki-Adnkronos International– non neghiamo che Al Qaeda sia attiva nella regione di Ghat e nei suoi dintorni e siamo al corrente della sua presenza, ma affermiamo con certezza che non è Al Qaeda ad aver rapito i due italiani”. “Abbiamo forti sospetti su un gruppo fuorilegge attivo al di fuori della città e con cui non siamo ancora entrati in contatto”, aveva aggiunto Saleh, affermando anche che il gruppo avrebbe potuto consegnare gli ostaggi ad Al Qaeda. Dello stesso avviso del sindaco di Ghat anche il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni che a ridosso del rapimento aveva cautamente affermato: “A noi non risulta che dietro al rapimento dei nostri due connazionali in Libia ci sia Al Qaeda”.

La dinamica del sequestro – La mattina dello scorso 19 settembre una o due jeep quattro per quattro avrebbero seguito i tecnici mentre viaggiavano in auto tra il luogo di lavoro, la pista dell’aeroporto locale, e l’abitato dove risiedono. I rapitori avrebbero sparato contro il mezzo degli italiani. Più tardi sarebbe stato trovato l’autista, legato e imbavagliato.

 

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