Dopo la parentesi veneziana, non troppo felice per il nostro cinema, anzi oserei dire quasi fallimentare, si torna a vedere un piccolo film italiano, certamente non perfetto, ma con una propria identità e una propria anima ben precisa, che probabilmente avrebbe meritato più di altri una presenza alla Mostra del cinema appena conclusa.

Ivano De Matteo lascia da parte la volontà di voler fare discorsi assoluti sulla società contemporanea, che nel passato lo aveva un po’ ingabbiato all’interno di alcuni stereotipi, per tornare a raccontare una storia, una storia semplice, una storia genuina, la storia della violenza di un uomo, dell’amicizia di una donna e dell’amore di un bambino.

Se ne La bella gente, Gli equilibristi e I nostri ragazzi si partiva da una situazione ordinaria, di apparente tranquillità, per arrivare alla progressiva distruzione di tutti gli equilibri, questa volta il processo è esattamente inverso; tutto si apre con un piano sequenza che manda subito in frantumi la vita di una famiglia e da qui si cercherà di trovare una via d’uscita, una strada, una rinascita, una Vita possibile appunto, per risollevarsi dal baratro.

Anna e suo figlio Valerio scappano dall’uomo che con la violenza ha demolito le loro vite. Ribellarsi diventa doveroso anche se questo può voler dire sofferenza, emarginazione e risentimento da parte delle persone amate. Ma la speranza esiste, esiste nella possibilità di poter trovare una folle amica pronta a correre in aiuto, esiste nello scoprire vicine persone inaspettate ed esiste nel poter tornare ad intravedere una possibilità di futuro.

Il regista romano sembra mettersi in gioco in prima persona, non cedendo mai all’escamotage della brutalità esplicita o dei sentimenti facili come potrebbero essere l’odio e la vendetta, ma cercando piuttosto di sondare terreni finora inesplorati. Infatti nonostante rimanga ancorato alla sua cifra stilistica molto aderente alla realtà, ai soliti movimenti di macchina, ai tratti quasi documentaristici in alcuni passaggi, qui prova a esplorare anche l’universo femminile nella declinazione di mamma e di amica, attraverso due donne dalla spina dorsale forte, in grado di sopportare il peso della vita che schiaccia.

Certamente con due interpreti del calibro di Margherita Buy e Valeria Golino anche le situazioni più insignificanti si colorano di sfumature inedite e soprattutto quest’ultima, nonostante un ruolo non centralissimo, ogni volta che entra in scena buca letteralmente lo schermo, dando una spinta vitale all’intero film. Non solo grazie a loro però, il racconto riesce a raggiungere una dimensione emotiva sincera ed autentica, infatti a sorprendere è anche la prova del giovanissimo Andrea Pittorino, che nei panni di Valerio tiene spesso in mano le redini del film, fungendo da collante tra i vari personaggi e vivendo in primissima persona tutta le difficoltà che possono scaturire dalla ricostruzione di una vita, soprattutto in una fase delicata come quella preadoloscenziale.

Non tutto risulterà equilibrato nell’intrecciarsi dei vari rapporti e nell’evoluzione della narrazione; in alcuni frangenti le reazioni eccessive e i momenti molto caricati rischiano di minare la sospensione dell’incredulità, in altri si vorrebbe entrare di più nell’approfondimento di alcuni personaggi ai margini, però il film ha un cuore che batte, crede fortemente nella speranza che mette in scena, insegue senza remore l’idea di una rinascita e questo, al di là che si tratti di film di stampo commerciale o più prettamente autoriale, è qualcosa di cui il cinema italiano ha comunque bisogno. Dal 22 Settembre, grazie alla Teodora, che si dimostra sempre attenta e puntuale nelle scelte distributive, La vita possibile sbarcherà anche nelle nostre sale.

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