Decretare la decadenza della responsabilità genitoriale (quella che una volta veniva definita potestà genitoriale) di Alexander Boettcher. È la richiesta dell’avvocato Laura Cossar, legale di Martina Levato, nel procedimento di adottabilità del figlio che la ragazza ha avuto dalla relazione con l’uomo con cui condivide la condanna per una serie di aggressioni con l’acido. Nella relazione conclusiva depositata questa mattina agli atti del tribunale per i Minorenni, l’avvocato ha sottolineato che l’uomo costituisce “un pregiudizio per il figlio” perché minaccia la ex compagna, che ha preso le distanze da lui, dicendole che non potrà mai crescere il bambino. I periti nominati dal Tribunale avevano stabilito che sono entrambi inadeguati a crescere il figlio.

Posizioni che Boettcher ha ribadito anche il 12 luglio scorso, quando è stato ascoltato dai giudici minorili. “Non voglio che mio figlio stia con Martina all’Icam (Istituto di custodia attenuata per le madri detenute, ndr), perché me lo immagino libero e non in un posto che somigli ad un carcere e voglio che mio figlio stia con mia madre”, aveva detto davanti ai giudici. L’ex amante della donna è stato condannato come lei per una serie di aggressioni con l’acido: a Boettcher sono stai inflitti 14 anni di carcere, due in meno alla Levato. Sentenza confermata dalla corte d’Appello di Milano nell’aprile scorso.

I provvedimenti presi finora da pm e giudici sul caso del figlio di Martina Levato, secondo il legale della donna, sono indicativi di un “piano preordinato” per toglierle il figlio. Un piano che è stato attuato “calpestando” i suoi diritti di madre e detenuta. Nelle relazione, tra l’altro, il legale mette in evidenza come i periti nominati dal Tribunale, che hanno accertato la “incapacità genitoriale” della giovane e anche dell’ex amante Alexander Boettcher, hanno, in sostanza, agito come “giustizieri sociali” senza fornire, però, i “pareri giuridici” che erano stati loro richiesti. La difesa di Levato nelle conclusioni chiede, come già emerso, che la donna possa stare con il figlio, collocato da oltre un anno in una casa famiglia, in un Istituto di custodia attenuata per madri detenute (Icam).

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