Une Vie da “Leone d’oro”. C’è un film che sembra aver messo d’accordo i 1400 accreditati stampa in sala Darsena. A sentire dalla grande quantità di applausi, il nuovo film del regista francese Stephane Brizé è probabilmente il candidato più serio alla conquista del maggior riconoscimento del Concorso di Venezia 73. Une Vie è ambientato in una magione prossima all’Atlantico nella Normandia del 1819. Jeanne le Perthuis des Vauds, nobile figlia di due signorotti del luogo proprietari di una trentina di fattorie, torna a vivere in famiglia dopo l’educazione in convento.

È all’interno della splendida casa di campagna del padre, attorniata da foreste e soprattutto da interi filari di orti, coltivazioni di verdura e frutta, che vediamo Jeanne (l’ottima Judith Chemla) prona a piantare, seminare e curare semi di patate, pomodori e lattuga. Tra lettura di libri, giochi da tavolo con padre e madre, pizzi e merletti, e il cioccare di legna nel camino, Jeanne è pronta per il matrimonio. La scelta ricade sul visconte Julian de Lamare, all’apparenza bel ragazzo dalle migliori intenzioni, poi autoritario, scortese e fedifrago marito dalla tresca facili con cameriere e vicine aristocratiche. La vicende si susseguono nella villa dei Perthuis des Vauds, la morte incombe (violenta o naturale) sui personaggi, come fa capolino la vita con un figlio che nasce e che crescendo diventa ancor più inaffidabile del padre.

La regia rigorosa di Brizé (premio come miglior attore a Vincent Lindon per il suo La legge del mercato a Cannes 2015) è un vortice ipnotico di semplicità e compattezza. La scelta stilistica del formato 1,33:1, il “quadrato” dei 4/3, si rivela incredibilmente poetica e pressante, immersiva e pulsante. La macchina da presa poi mostra gli attori di profilo, o al massimo di tre quarti (mai fronte macchina), spesso a mezzo busto e praticamente mai in primo piano, riproducendo un punto d’osservazione quasi nascosto.  L’evocazione del passato con i flashback, e il ritorno flash-forward al presente, crea infine una sorta di densità multistrato temporale che dà l’idea di un “naturale” lungo tempo che passa. “Ho letto il romanzo di Maupassant nel 1996 e me ne sono innamorato”, ha spiegato Brizé. “Mi sono identificato completamente con Jeanne. Sono entrato nella vita adulta con la sua stessa innocenza. Jeanne ha un’idea assoluta dell’uomo, crede nella natura, e come una delle piante che cura in giardino, cresce e attraversa l’umanità. La singolarità e la bellezza del suo spirito sono però anche la sua tragedia e dannazione”.

Difficile invece non rimanere perplessi di fronte a The Bad Batch (Venezia 73, Concorso), secondo lungometraggio di Ana Lily Amirpour, che dopo lo spaghetti western con vampiri iraniani di A Girl Walks Home Alone at Night, chiama a raccolta Jim Carrey, Keanu Reeves e Aquaman/Jason Momoa, immergendoli in una terra desertica di confine, dove le atmosfere di Mad Max e Non aprite quella porta incontrano un gruppo di cannibali e un agglomerato di scoppiati da rave party che seguono i dettami del santone Rockwell. Protagonista è la bella Suki Waterhouse, catapultata oltre il confine fisico della legge americana, subito amputata di gamba e braccio sinistri per ovvi motivi alimentari, poi a contatto con un sogno di società futura che si trascina tra LSD, speranze di procreazione e redenzione. Skateboard come carrozzelle, brani pop anni novanta a invadere l’udito, e un’inusitata violenza tra umani (e alla fine pure il sacrificio animale) fanno da contorno all’intenzione di affascinare lo spettatore cancellando scopo, filosofia, e direzione dell’eroina sacrificata in scena. Che, appunto, non possiede nemmeno un’unghia dell’affascinante e magnetico silenzio di un qualsiasi Max Rockatansky.

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