Mi sono imbattuto nella storia di Mauro Guerra per caso. Qualche settimana fa, durante un dibattito, mi si avvicina una signora. “Mi chiamo Giusi Businaro, sono la mamma di Mauro Guerra”. Pochi secondi dopo mi vergognerò di non aver capito subito di chi mi stesse parlando. Era lì per conoscere me e, soprattutto, Ilaria Cucchi. Le ho presentate. Al termine dell’incontro Giusi mi dirà che lei, in fondo, è stata più fortunata di Ilaria. “Almeno il mio Mauro me lo hanno restituito integro nel volto”.

Quella empatia, provata da una madre orfana del figlio, mi ha colpito. Ho accettato l’invito alla giornata in ricordo della morte di Mauro Guerra, che si è tenuta lo scorso 29 luglio. Mauro ha perso la vita il 29 luglio 2015 trafitto da un proiettile. Sparato da un maresciallo dei carabinieri. A Carmignano Sant’Urbano, 1600 anime nella provincia veneta tra Rovigo e Padova, tutto si sviluppa lungo una via. In via Roma c’è la caserma. Passi cento metri e c’è la casa della famiglia Guerra. Prosegui e incontri il municipio e, in fondo, il campo dove è stato ucciso Mauro.

Chi era Mauro? Era un uomo di 32 anni. Famiglia di lavoratori, di fede cattolica e di anima leghista. Lavorava in uno studio di commercialista e la sera, lui bodybuilder, non disdegnava di fare anche il buttafuori. Il suo corpo l’ha sempre curato dai tempi del servizio militare, quando entrò proprio come carabiniere nel Reggimento paracadutisti Tuscania. Quelle mani non solo alzavano pesi e facevano calcoli, disegnavano e dipingevano. Il paese, nell’anniversario della morte, era addobbato con i suoi quadri e le sue magliette. Non voglio nascondere le cose spiacevoli. Mauro aveva alle spalle una condanna per stalking. Altre cose spiacevoli le ho lette solo sulle cronache locali dei giorni successivi alla sua uccisione.

Quel 29 luglio Mauro viene convocato in caserma. Dopo mezz’ora torna correndo verso la sua abitazione. A inseguirlo ci sono alcuni militari. Di lì a poco diventano una decina. Dicono che devono sottoporlo a un Tso, Trattamento sanitario obbligatorio (che nessuno aveva ordinato). Dopo tre ore di “trattativa”, finge di dirigersi verso l’ambulanza per poi fuggire verso i campi. È in mutande. Disarmato. Percorre 800 metri prima di essere raggiunto da un carabiniere che gli mette una manetta al polso. Si divincola e inizia a picchiare il militare. A questo punto l’altro carabiniere spara. Prima due colpi in aria, poi sul corpo nudo di Mauro.

Il carabiniere ferito entrerà in ospedale con “frattura della teca cranica, della mandibola e di sei costole, ma non in pericolo di vita”. Verrà dimesso 24 ore dopo. Prognosi 30 giorni. Chi ha sparato è stato indagato per omicidio colposo. A un anno di distanza gli esiti della perizia (autopsia ed esame balistico) non sono ancora stati depositati. Anzi, il pm ha chiesto altri sei mesi di proroga.

A gennaio qualche indiscrezione sugli esami tossicologici trapela sui giornali. Si affermava che Mauro non aveva assunto sostanze dopanti né stupefacenti, smentendo così una delle prime tesi date in pasto ai media. Già, i media. Dicevo delle cronache locali. Leggendole ho notato un copione cui da tempo sono abituato. La demonizzazione della vittima. I carabinieri chiamati dagli stessi familiari che lamentavano il “precario equilibrio umorale” del loro congiunto. Mauro – pardon “un energumeno di oltre 100 chili”, un “giovane squilibrato” – era “completamente fuori di sé”, “farneticava”.

Spunta anche un “papello delirante” in cui entrano “Dio, il diavolo e il destino del mondo”. Il ritratto perfetto del pazzo privo di controllo. I familiari sostengono di aver parlato con testimoni che raccontano una storia diversa. Mauro si sarebbe liberato del primo carabiniere con una serie di pugni per poi lasciarlo a terra e proseguire la fuga. A quel punto sarebbe stato raggiunto dal proiettile. Giusi aggiunge che “non sappiamo perché quel carabiniere abbia sparato quando c’erano almeno 12 uomini intorno a mio figlio che lo potevano bloccare. Non sappiamo perché per un’ora e mezza ci è stata tenuta nascosta la sua morte né perché non sia arrivato un pm sul posto”.

A ricordare Mauro c’è mezzo paese, stipato dentro e fuori una piccola sala dove si combatte l’afa a suon di ventilatori. Luigi Manconi interviene con un videomessaggio per dire che “non si può morire come Mauro Guerra”. Una citazione, probabilmente involontaria, della sentenza Aldrovandi: “Non si può morire come Federico”. Ma sembra che siano sempre di più i nomi da affibbiare a questo divieto tanto bistrattato da rimanere appena una speranza. Interviene dalla platea un caro amico di Mauro. In mano ha un foglio. Il giorno del funerale non ce l’ha fatta a leggere. Il pianto gli ha strozzato in gola i primi versi. Ora riesce a finirla quella poesia. È ‘Sono una creatura’ di Ungaretti: “Come questa pietra/ è il mio pianto/ che non si vede.// La morte/ si sconta/ vivendo”.

La morte si sconta vivendo. Lo sanno da anni Patrizia Moretti, Ilaria Cucchi, Lucia Uva, Domenica Ferrulli e tante altre. Lo sta imparando anche Giusi.

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