di Mohamed Nadir Aziza *

Il prossimo Suq Festival, dal 16 al 26 giugno al Porto Antico di Genova, si occuperà anche della relazione tra Islam e Occidente, con vari approfondimenti tra cui un dialogo tra Adonis, poeta e scrittore, autore del recente “Violenza e Islam” (Guanda) e Giuseppe Conte, scrittore e profondo conoscitore della cultura dell’altra sponda del Mediterraneo. Ai due letterati verrà consegnato il 25 giugno, il Premio Agorà Med ideato da Carla Peirolero, direttrice del Suq, insieme a Mohamed Nadir Aziza, a cui abbiamo chiesto un intervento sul tema della relazione tra Islam e violenza

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“ Di fronte al ripetersi in Europa e nel mondo di atti sanguinari che colpiscono indistintamente vittime civili, estranee alle lotte dogmatiche che contrappongono i musulmani tra loro, si è colpiti da sgomento e da un’infinita tristezza per queste vittime e per i loro cari. Siamo così chiamati a porci una domanda incalzante: quale relazione tra Islam e violenza? In alcuni passaggi del messaggio originale la violenza senza dubbio emerge ma sarebbe comunque esagerato sostenere che la violenza è un elemento fondante dell’Islam. Almeno secondo precise interpretazioni come quella razionalista di un Averroè o di un Avicenna, o quella mistica di un Ibn Arabi o di un Rumi.

Eppure, i germi di questa “malattia dell’Islam” che il compianto Abdelwhahab Meddeb diagnosticava in una delle sue ultime opere, si espandono ad alta velocità e infieriscono sul grande corpo malato di un mondo arabo-musulmano fatto a pezzi dalla follia dei suoi fanatici, dall’impotenza colpevole dei suoi leader e dalla decomposizione delle sue “primavere”. Come sembra lontana l’epoca, invece recente, in cui Fukuyama proclamava la “fine della storia” e i “neo-conservatori “affermavano di istituire la democrazia in Medio Oriente. Attraverso l’invasione militare dell’Iraq, l’onda d’urto dei loro grossolani errori di analisi e di giudizio continua fino ad oggi ed estende le sue devastazioni.

La mentalità arcaica e le divisioni tribali hanno incoraggiato il contraccolpo che le società arabe stanno vivendo. L’Islam conosce al suo interno una nuova “fitna” (grande discordia), che alimenta l’estremismo e puritanesimo wahabita, e il delirio escatologico dei “folli di Dio”, assassini anarchici e profeti del caos che si attaccano a quel ideale rappresentato dalle conquiste dell’Illuminismo. I Salafiti invitano a tornare a modelli del passato. Oggi la scommessa è questa: le nuove generazioni arabo-musulmane devono ritrovare il patrimonio di insegnamenti dei grandi sapienti, pensatori, creatori di cui il mondo arabo è ricco ma che purtroppo viene gettato alle ortiche, e buttare nel precipizio i proclami dei reazionari che mettono a rischio i valori della fraternità umana senza barriere e la sacralità della vita senza condizioni.”

* poeta e scrittore franco-tunisino, già direttore dell’Osservatorio Mediterraneo fondatore Rete Med 21

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