Le classifiche sono ormai il pane quotidiano dell’università. Sono appena usciti gli aggiornamenti di QS TopUniversities e di Times Higher Education. Ma non è una graduatoria accademica che mi ha colpito di recente. C’è un’iniziativa dell’Onu, chiamata Sustainable Development Solutions Network (Sdsn), che ha lo scopo di promuovere le buone pratiche per lo sviluppo sostenibile. Poco tempo fa, costoro hanno pubblicato il rapporto annuale sulla felicità (World Happiness Report 2016).

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Con una premessa interessante: “Piuttosto che seguire un approccio ristretto, incentrato esclusivamente sulla crescita economica, dovremmo promuovere società che siano prospere, giuste e ambientalmente sostenibili” ha dichiarato uno dei suoi curatori, Jeffrey Sachs della Columbia University di New York. Prodotto interno lordo, supporto sociale, aspettativa di vita, libertà di scelte di vita, liberalità, corruzione e distopia sono i fattori chiave presi in considerazione. L’Italia resta al cinquantesimo posto della classifica, dove la Danimarca continua a essere prima, gli Stati Uniti tredicesimi e la Germania sedicesima. Parafrasando un vecchio film culto, non sbaglia chi afferma: “Ho visto anche svizzeri felici”, perché i nostri ruvidi vicini di monte sono secondi. Ma perfino gli argentini, massacrati dalle ricorrenti crisi economiche, e messicani, venezuelani e portoricani sono più felici di noi.

Colpisce pure la nostra classifica in termini di variabilità dell’indice di felicità, dove scendiamo al posto 67. Ciò segnala la frammentazione della nostra società, legata soprattutto alle ineguaglianze. E l’Italia crolla al posto 119 in quanto a tasso di variazione della felicità, ottenuto confrontando il periodo 2005-2007 con quello 2013-2015. Nel nostro caso, c’è stata una caduta verticale, un declino profondo che supera la già brutta caduta dell’economia. Siamo più infelici non solo perché più poveri, ma anche perché siamo sempre più diversi tra noi. Solo la Grecia fa peggio in Europa, ultima al posto 126, con parecchie ragioni e molte non sono affatto interne.

Quando gli economisti pensano alla felicità umana, enfatizzano il ruolo del reddito personale; i libertari accentuano le libertà personali; i sociologi sottolineano la fiducia generalizzata nella società; e i politologi rimarcano l’ordine costituzionale e il controllo della corruzione. Senza che nessuna di queste visioni renda bene del tutto il concetto di felicità, intesa come soddisfazione della propria vita. Le questioni ambientali non sono estranee alle diverse sfaccettature della società, ma rappresentano un driver essenziale della soddisfazione che ognuno di noi percepisce del proprio vivere. E lo sviluppo sostenibile diventa quindi l’indicatore essenziale della felicità umana, come dimostra questo studio anche in termini quantitativi, studiando le relazioni tra indici felicità e di sviluppo sostenibile. Gli obiettivi dello sviluppo sostenibile, così come i concetti olistici associati a questo traguardo (per esempio quello di sviluppo umano integrale dell’enciclica di Papa Francesco) misurano assai più correttamente il benessere umano rispetto agli indicatori a senso unico, come il reddito o la libertà economica o qualunque altro indice di prestazione a una sola dimensione.

Il valore sociale della felicità non è una novità, poiché la Costituzione italiana sancisce il “pieno sviluppo della persona umana” nell’articolo 3. E il paradosso di Easterlin aveva già esplorato questa nozione: quando il reddito aumenta, e quindi il benessere economico, la felicità umana aumenta fino a un certo punto, ma poi comincia a diminuire, seguendo una curva a U rovesciata. Ma si trattava ancora di un approccio a una dimensione. Questo studio ci ricorda che viviamo in un mondo a più dimensioni. E che non dobbiamo dimenticarlo.

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