L’Anm edita un giornale, si chiama La Magistratura. Come tutti i giornali, ha un Direttore e un Comitato di Redazione (Alessandra Galli, Michele Ciambellini, Luisa De Renzis, Loredana Micciché e Francesca Picardi); ha anche un Direttore “editoriale” (Marcello Bortolato) che non so bene cosa faccia; il Direttore è una giornalista professionista, Rosa Polito. I componenti del Comitato di Redazione e il Direttore “editoriale” sono tutti magistrati: sono anche correntocrati (2 di Area, 2 di Unicost e 2 di MI, la spartizione è d’obbligo) e, in quanto tali, componenti del cosiddetto Cdc (Comitato Direttivo Centrale) dell’Anm. Poi c’è un reietto, tale Andrea Reale, anche lui membro del Comitato di Redazione e del Cdc: non appartiene ad alcuna corrente, è l’unico “indipendente” che i magistrati non correntizzati sono riusciti a far eleggere. Fa una vita grama, al limite del mobbing; ma ha resistito.

Alla fine del suo mandato (il Cdc è scaduto, si aspetta quello nuovo ma non c’è fretta, prima bisogna trovare il modo di non nominare Presidente Davigo, il più eletto ma per le correnti peggio dell’orticaria) Reale ha scritto un articolo, “Le nomine ad incarichi direttivi giudiziari e l’autoriforma del CSM”. E il Comitato di Redazione è andato in crisi; come si fa a pubblicare cose come queste! In realtà erano cose ben note: “Da anni Presidenti della Repubblica e vicepresidenti del Csm hanno denunciato il sistema spartitorio e lottizzatorio che le correnti hanno adottato in materia di incarichi direttivi. Si ritardano appositamente le nomine fino a quando i posti si possono assegnare secondo gli equilibri e le proporzioni delle correnti. Una email, involontariamente sfuggita a una conversazione privata tra consiglieri togati (Vigorito, Carfí e Rossi, tutti di Area, ndr) ha descritto il modo di agire del Csm: pressioni interne volte a “piazzare” colleghi per motivi di “opportunità politica”, segnalazioni di altri colleghi che evidenziavano medaglie correntizie, timore di commettere una ingiustizia, purché “non troppo grossa”.

Niente di nuovo e, soprattutto, niente di non vero. Ma non importa, scrivere cose del genere su La Magistratura non si può, così si disorientano i lettori! Magari cominciano a capire che le correnti sono apparati clientelari e che i professionisti della legalità, una volta al CSM, diventano i campioni dell’opportunità. Non va bene. Così gli hanno chiesto di censurarsi. Reale non ha acconsentito. Il Direttore (giornalista professionista) non se l’è sentita di decidere di non pubblicare l’articolo (ne aveva il potere). Alla fine il Comitato di Redazione ha adottato la decisione di non far uscire il giornale: la questione la risolverà il prossimo Comitato, tanto noi siamo in scadenza…

Ora, che sia gestito da magistrati o meno, La Magistratura è un giornale. Dovrebbe informare, spiegare, denunciare. Altrimenti diventa organo al servizio di un potere, come tutti gli house organ di cui è piena l’Italia. E che il potere sia interno o esterno al giornale, che l’articolo non piaccia al Direttore, al Comitato di Redazione o alle correnti (o al partito); se racconta cose vere, importanti e ben documentate, va pubblicato. Magari accompagnato da un altro in cui si sostengono tesi diverse, proprie della “linea” del giornale (Reale lo aveva suggerito). Ma la censura contraddice la natura stessa dell’informazione; ed è sintomo di cattiva coscienza. Perché le idee non si difendono evitando il confronto.

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