Tra qualche giorno si celebra la giornata della consapevolezza dell’autismo. Avremo notizia di convegni più o meno affollati e tante luci blu prenderanno improvvisamente vita per poi spegnersi dopo qualche ora. Un mio caro amico qualche tempo fa scrisse questo testo. Lo condivido con piacere con tutti quelli che, come me, sono allergici alle vuote rappresentazioni ipocrite. Se dopo gli eruditi interventi e le luci accese qualcuno si ricordasse di esigere dal governo che la legge sull’autismo non fosse una scatola vuota avremmo un Paese migliore. Con meno convegni forse ma migliore.

“Ah, se potessi mi suiciderei.
Non mi suicido perché non me lo posso permettere.
Non mi posso ammalare perché ho un figlio handicappato.
Se sono in ospedale, lui si sente abbandonato.
Non posso litigare con nessuno, se lui mi sente si agita e si dispera.
Non posso essere triste, se lui mi vede si angoscia e si rinchiude.
Non posso uscire, lui da solo non può rimanere.
Non posso essere depresso, il suo sguardo si spegne nel nulla.
Se sono stanco e debole, lui non ha il sostegno necessario.
Se non sono tenace nella difesa dei suoi diritti, lui subisce un torto.
Non posso morire perché ho un figlio handicappato.
Se io vivo, lui vive.
Su questa storia ci guadagnano tutti, anche mio figlio handicappato.
Chi scrive sui giornali, ci guadagna per notorietà e distinzione sociale.
Chi lavora con l’handicap ci guadagna per profitto.
Chi parla di handicap ci guadagna in immagine.
Chi è handicappato ci guadagna quando qualcosa si ottiene.
Chi non ci guadagna mai?
Io, perché tutto quello che guadagno lo do a lui,
perché tutto quello che ottengo lo ottengo per lui.
Mi resta solo un sorriso in più, un momento di consapevolezza, una luce nello sguardo, una carezza e un abbraccio, un piccolo progresso conquistato.
Ah, se potessi, ma non posso, mi suiciderei.
Un attimo dopo, forse, ma mai, mai prima di aver ricevuto l’ultimo sorriso o un addio.”

Bruno

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