Nel precipitato delle “professioni intellettuali” quella di avvocato – mestiere considerato sicuro, prestigioso e invidiabile fino a non molto tempo fa – oggi paga forse lo scotto più duro della crisi. Tra le professioni ordinistiche quelle giuridiche hanno subito la più marcata caduta reddituale: la cassa previdenziale degli avvocati certifica un decremento del 23% negli ultimi dieci anni (2005-2014). Se la cosa non tocca quelli d’esperienza, diventa un dramma per i tanti giovani che non ha fatto in tempo a strutturare uno studio, farsi apprezzare, costruirsi una rete di clienti. Sono troppi, diceva già Calamandrei nel 1921, dopo quasi un secolo sono molti di più: nel 1987 erano 48mila e oggi sono 240mila, cinque volte di più, che vuol dire uno ogni 270 cittadini e 27 per ogni giudice. Siamo alla saturazione, ma le facoltà di giurisprudenza sfornano mille aspiranti l’anno.

C’è chi per essere pagato sta valutando di portare i clienti direttamente in banca per farli finanziare, come un frigorifero

Si stima che almeno 50-60mila lavorino in una gabbia di precariato senza fine che spesso termina solo con la toga appesa al chiodo: l’anno scorso 8mila hanno deciso di dire addio alla professione cancellando il proprio nome dagli elenchi dell’ordine. Non era mai successo. “Sono giovani come me – racconta Mario S., uno fra i tanti disillusi  – sotto i 40 che non arrivano a mettere insieme mille euro al mese, per non parlare di praticanti e tirocinanti sfruttati 12 ore al giorno da piccoli e grandi studi legali in cambio di 200-300 euro al mese, se va bene, senza alcuna forma di previdenza e tutela”. Una vera piaga secondo l’Associazione giovani avvocati (Aiga) che  a maggio scorso ha fatto un’indagine su 500 “collaboratori di studio” rilevando che in realtà sono dei dipendenti mascherati da liberi professionisti: 10 ore di lavoro al giorno, l’80% è senza contratto.

Chi tenta la strada in proprio deve contendersi i clienti. Ci ha provato Stefano R., titolare di un piccolo e giovane studio a partita Iva. Strada durissima. “Per avere un mandato si è disposti a tutto, a improvvisarsi e perfino blandire il proprio cliente instradandolo in cause senza speranza di successo, vista anche la congestione del sistema giudiziario. Tutto questo sapendo che peggioreranno la sua situazione, lo stato stesso della giustizia e la percezione della figura dell’avvocato”.

Chi supera la prova entra nella bolgia dei cattivi pagatori. “Quei pochi clienti che riesci a procurarti alla fine non ti pagano o lo fanno dopo anni, pretendendo di rinegoziare gli onorari e perfino i costi fissi di giustizia”. La situazione è arrivata al punto di rottura. Il presidente dell’Ordine di Rovigo Giampietro Berti racconta che ci sono alcuni direttori di banca che propongono agli avvocati di portare in filiale il cliente che ha difficoltà di pagamento delle parcella per prospettargli la possibilità di aprire un finanziamento. Come per il frigorifero o il motorino. “Come Ordine stiamo pensando di sviluppare questa possibilità, considerato che ormai la dilazione è diventata ordinaria amministrazione”.

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