Una intercettazione fantasma, un presidente della Regione che stava per dimettersi e una polemica lunga e devastante per Lucia Borsellino, figlia del giudice Paolo, ucciso dalla mafia nell’estate del 1992. La storia giudiziaria dell’inchiesta giornalistica de L’Espresso sul silenzio del presidente Rosario Crocetta durante una conversazione intercettata si avvia a un nuovo step giudiziario. La Procura di Palermo ha chiuso le indagini, che prelude alla richiesta di rinvio a giudizio, per Maurizio Zoppi e Piero Messina, gli autori dell’articolo sulla presunta intercettazione telefonica tra il governatore e il suo medico, Matteo Tutino, in cui quest’ultimo avrebbe detto la frase “Lucia Borsellino va fatta fuori. Come il padre”. Una intercettazione sempre smentita dalla Procura di Palermo, e anche da altre procure siciliane, che ha indagato i due giornalisti per calunnia e pubblicazione di notizie false ed esagerate.

Nel dicembre scorso il gip del Tribunale di Palermo aveva rigettato la richiesta di giudizio immediato avanzata dal procuratore Francesco Lo Voi e dall’aggiunto Leonardo Agueci. Il prossimo passo sarà la richiesta di rinvio a giudizio e l’udienza preliminare del gup che dovrà decidere. L’accusa contesta ai due collaboratori dell’Espresso è di avere calunniato l’ex capo del Nas di Palermo, il capitano Cosentino, che venne indicato come la fonte della notizia. Messina fece il nome del militare a un altro ufficiale dell’Arma, mentre Zoppi in sede di interrogatorio davanti ai pm. Circostanza che ha fatto scattare anche per lui l’accusa di calunnia: inizialmente, infatti, a suo carico era stato ipotizzato solo il reato di divulgazione di notizia falsa.

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