Buono l’ultimo: per gli americani che l’hanno ascoltato, quello pronunciato la scorsa notte, davanti al Congresso in sessione congiunta, da Barack Obama è stato il miglior discorso sullo stato dell’Unione della sua presidenza (ma chissà quanti si ricordavano davvero degli altri). Il presidente che sta per svanire nell’irrilevanza, come accade a tutti gli inquilini della Casa Bianca in ‘scadenza di mandato’, ha guardato lontano e ha spronato l’America a tornare a lavorare su priorità bipartisan: una capacità appannatasi per larga parte del suo doppio quadriennio, segnato dalla contrapposizione tra un Congresso repubblicano e l’Amministrazione democratica.

Obama Stato dell'Unione 3

Fra i risultati raggiunti, i 14 milioni di posti di lavoro creati e il superamento della crisi economico-finanziaria del 2008/09, la riforma sanitaria, l’impostazione della riforma dell’immigrazione – non ancora condotta in porto -, soprattutto il netto avanzamento della frontiera dei diritti civili per gli omosessuali. Ma resta in bocca l’amaro d’un presidente che non è mai stato del tutto all’altezza delle speranze suscitate da candidato.

Tanti gli ospiti, ma anche una sedia vuota, a simbolizzare le vittime delle armi da fuoco: l’ultima battaglia avviata da Obama per rendere migliore, e più sicura, l’America. C’erano, fra gli invitati, un rifugiato siriano, un ex immigrato clandestino, una veterana homeless e un testimonial della legalizzazione delle nozze gay.

Nel discorso, contrappuntato, com’è tradizione, da applausi (taluni corali), il presidente ha invitato gli americani a non cedere alla paura del nuovo e a non tornare indietro: “Viviamo in un’epoca di straordinari cambiamenti – ha detto, in sintesi – e il futuro può essere nostro, se rafforziamo le nostre politiche”. Se chi parla del declino dell’America “fantastica”, perché gli Usa restano il Paese più forte al Mondo, “il progresso non è inevitabile e si basa su scelte da fare insieme”. Obama è orgoglioso di quanto ha fatto, ma esprime rammarico per le divisioni non sanate.

Tre i punti essenziali di politica estera toccati: l’Iran, dove Obama è certo che l’intesa raggiunta sul nucleare abbia evitato un rischio di guerra; Cuba, dove il presidente sollecita il Congresso a togliere l’embargo, perché –ha ricordato- la Guerra Fredda è finita; e la lotta contro il terrorismo. Per Obama, il sedicente Stato islamico non costituisce una minaccia esistenziale per gli Stati Uniti e quella contro le milizie jihadiste non è una terza guerra mondiale, ma bisogna fare di più.

Obama ha citato Papa Francesco, dicendo no all’odio contro i musulmani, ed ha ribadito l’impegno a chiudere la prigione di Guantanamo costosa e inutile: è una sua promessa elettorale del 2008, finora non rispettata. Riuscirà a farlo, nell’ultimo suo anno?

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